mercoledì 17 gennaio 2001

Non badate al mio curriculum

“Nel Pd può nascere una nuova Dc. E io rivendico il mio piccolo spazio”

Il matrimonio s’ha da fare l’11 giugno 2007: Follini fa il suo ingresso nell’Ulivo. E già parla da democratico. Pardon, da democentrico: “Il Pd è l’unico architrave politico per questo paese, l’unico partito centrale e centrista, un ponte sospeso sopra le nostre faziosità e divisioni[1]. E dalle colonne del Riformista non le manda a dire al Cavaliere, che starebbe operando una subdola politica di centro: “La virata di Berlusconi deve far riflettere anche noi, democratici e democentrici. Riassumiamo. Il Cav inneggia al sistema proporzionale (e non è il solo) e dichiara archiviato il bipolarismo (quasi da solo). Si direbbe che tenterebbe di rifare la Dc da destra. Inoltre demolisce una coalizione e punta tutto su un partito solitario. E qui lo spirito democratico d’un tratto si dissolve[2]. Dopo cinque anni passati col bavaglio alla bocca, Follini ora può mettere subito le cose in chiaro: se si è rifugiato nella tenda di Prodi è perché è convinto che il Pd, a differenza Cdl che soffre di una patologia destrorso-imprenditoriale, “può essere una Dc modernizzata, più laica e progressista. Berlusconi dice che la contesa sta al centro: glielo lasciamo? Oppure gli andiamo incontro per contrastarlo su questo terreno decisivo?[3]. Avanti miei Prodi.

E sulle radici del Pd ecco il Follini-pensiero: “La Dc era un partito tutto, con una sua fisionomia, una sua ideologia. Ma istintivamente portata a coprire tutte le zolle del campo, (quasi) nessuna esclusa. Il Pc, al contrario, era un partito-parte. Noi dobbiamo decidere se cercare di essere tutto o di essere parte. In altre parole, decidere se la nostra identità è profilata oppure più sfumata. E dunque se vogliamo essere l’anima di un polo che continua la disfida bipolare oppure il perno di un nuovo equilibrio, il tassello principale di un mosaico politico tutto da ridisegnare
[4]. Marco non si è affatto arreso, è ancora alla ricerca del “suo” centro. Quindi, non equivocate la sua azione. Perché, a quanto pare, il Pd è il giardino giusto per far crescere la sua pianticella. A centrodestra, invece, usavano gli insetticidi. E la sua creatura moriva all’istante.

Il 26 novembre 2007 Veltroni lo nomina responsabile nazionale per le Politiche dell'Informazione del Partito Democratico. Il sorriso di alcuni prodiani è malizioso. “Sono stato consigliere di amministrazione della Rai sul finire della Prima Repubblica, segretario di un altro partito e perfino (per tre mesi) vicepresidente in un governo Berlusconi. Lo riconosco, non è proprio il curriculum più consono per fare l’ambasciatore nel regno dei media. A mio credito vorrei però segnalare che non mi pare di aver mostrato una così tenace vocazione lottizzatoria ai tempi della Rai e negli anni successivi credo di aver dato un certo contributo ad evitare forzature sulla par condicio che molti, anche dalle mie parti, si apprestavano a fare o a lasciar fare. Insomma, dispongo di una certa libertà e mi illudo di non essere troppo conformista
[5].

Ma allora un emancipato di natura come Follini, che ci sta a fare in un partito così variopinto? “Credo che il Pd sia un mosaico fatto di tante tessere e io rivendico i colori, il formato e gli spigoli della mia piccolissima tessera”. Eppure Follini viene da molto lontano. “Può darsi, ma il senso di questo partito è di dare più peso alla destinazione che non alla provenienza: se la provenienza democristiana facesse problema, allora la stessa destinazione democratica sarebbe in forse
[6]. Se uno più uno fa due. Di certo la politica non è matematica. Ma geometrica forse sì. Perché i partiti sono come perimetri che descrivono un’area. Follini ha cambiato sia il perimetro che l’area. Intanto pure gli ex compagni Tabacci e Baccini, dissidenti da Casini, stanno tracciando il loro perimetro, la loro nuova area: la Rosa bianca. Tutti vogliono il giardinetto privato.

[1] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 23 gennaio 2008.
[2] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 22 novembre 2007.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 29 novembre 2007.
[6] Ibidem.

martedì 16 gennaio 2001

Dal Pd: Marco, abbiamo bisogno di te!

Sì, ma come la prenderanno i miei nuovi amici “mezzani”?

Mi raccomando, senza trattino: “centrosinistra” va scritto tutto attaccato. Perché proprio questo dovrà essere il Partito Democratico: né la pallida riedizione del compromesso storico, né l’ennesimo cambiamento di nome interno alla storia della sinistra italiana. Ci tengono a non essere fraintesi i parlamentari dell’Ulivo. In particolare Antonio Polito e Nicola Rossi, che l’8 marzo 2007 scrivono congiunti una lettera al direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli per chiedere a Follini e al suo nuovo movimento di partecipare alla costituzione di questo grande organo politico: “Follini ha detto in aula al Senato, motivando il suo voto di fiducia al governo guidato da Romano Prodi, che intende gettare un ponte tra centro e sinistra: non è meglio costruire un tetto comune, per un centro riformatore e una sinistra riformista? Oggi è possibile. E L’Italia di mezzo costituirebbe la garanzia che il tentativo è serio
[1]. Tradotto: caro Marco, il Pd ha bisogno di te.

Ok, il progetto non è di quelli campati per aria, Veltroni è una persona seria, l’invito è allettante. Ma che dico ai miei nuovi militanti? Qualche mese addietro, il 21 ottobre 2006 a Napoli, durante la cerimonia di battesimo de L’Italia di Mezzo, Follini aveva detto tutto, ma proprio tutto. Tranne che si potesse aprire uno spiraglio per confluire a sinistra: “La nostra formazione si colloca fuori dai due poli, fuori dal centrodestra e all'opposizione del centrosinistra. La nostra missione è dare voce ad una parte dell'Italia che non ha rappresentanza, un'Italia centrista, moderata, che sta nel mezzo, tra Prodi e Berlusconi, e che soffre lo schiacciamento nella tenaglia di questo bipolarismo”. Perché “chi si vuole dedicare a costruire un centro più forte deve scommettere sulla rottura di questo schema bipolare”. Era con questo spirito dal sapore un pizzico anarchico che Marco Follini si chiamava fuori dal partito di cui è stato segretario ma per cui non versa una lacrima che sia una.

E ai vecchi amici dell'Udc rivolgeva un consiglio: “Decidete cosa fare da grandi perché in questi mesi di legislatura avete abbaiato molto ma morsicato molto meno”. Con un’eccezione: Lorenzo Cesa, suo successore alla segreteria e uno dei principali artefici della nascita dell’Udc: “Lorenzo è senza ombra di dubbio una straordinaria figura umana e politica”. Poi, stop con gli encomi: Follini si toglieva due sassolini dalla scarpa quando ricordò come in quei mesi l'Udc si fosse tenuta ben dentro i confini della coalizione di centrodestra: “Lo ha fatto in occasione dell'elezione del Capo dello Stato, del referendum costituzionale, della candidatura alle regionali in Molise”. Sull'episodio molisano, in particolare, andava giù duro: “Dopo giorni di squilli di trombe e rulli di tamburi per annunciare la volontà di andar da soli, l'Udc è poi rientrata nei ranghi”, appoggiando con tutta la Cdl il presidente uscente Michele Iorio. Per Marco Follini “puntare a ricostruire il centrodestra è cosa diversa dallo scommettere sulla ristrutturazione del centrodestra: sono due politiche differenti”.

Contro ogni pronostico della vigilia, non lo segue Bruno Tabacci. Proprio lui, amico fraterno che tante ne ha viste insieme a Marco tra dispotisimi berlusconiani e ruffianerie casiniane e che inizialmente aveva lavorato all’elaborazione de L'Italia di mezzo, rimane dov’è (più tardi si unirà a Tabacci per far sbocciare la Rosa bianca). Aderiscono invece Riccardo Conti, Antonio Iervolino (ex senatore Udc) e Ortensio Zecchino (ex ministro del governo D'Alema), una decina di consiglieri regionali e una cinquantina di consiglieri provinciali. Insomma, era tutto pronto per passare al Gruppo Misto del Senato. Marco ci passa. Ma è una gita che dura poco, otto mesi circa. Perché la lettera di Polito e Rossi lui la raccoglie, la legge e non la straccia. Anzi, risponde signorsì e il 22 maggio 2007 entra nella carica dei Quarantacinque. I quarantacinque membri del Comitato 14 ottobre. Più semplicemente, il comitato costituente del Pd. Come cambia la vita.


[1] Nicola Rossi e Antonio Polito, lettera a Paolo Mieli, Corriere della Sera, 8 marzo 2007.

lunedì 15 gennaio 2001

Senatore senza bandiera

Marco non ama stare in poltrona. Ma se Veltroni chiama…

Già nel dicembre 2005 lo diceva sottovoce: “Serve un altro centrosinistra, libero dalla morsa dell’antagonismo
[1]. Ma nessuno raccolse l’appello. Alla vigilia del voto di fiducia del 25 febbraio Follini bussa alla porta di tutti i leader del centrosinistra e poi si rinchiude al terzo piano di via Bissolati per far metabolizzare l’inversione di trend ai dirigenti della neonata Italia di Mezzo: “Penso che occorra salvaguardare la governabilità, che non è solo una parola politically correct, ma una risorsa per un Paese che vedo in grande difficoltà e che non è aiutato dalla disputa muscolare a cui abbiamo assistito in questi anni. Approfondire il solco della crisi di governo significa lasciare al buio il Paese in un momento difficile. E io non mi presto[2]. Certo, Follini non si presta. Infatti, secondo la Cdl tutta, il voto alla maggioranza non l’ha mica prestato: l’ha proprio regalato. E giù critiche. “Ho messo in conto da molto tempo una discreta quantità di rimproveri. Quando ci penso qualche volta mi dispiace, ma non mi atterrisce[3].

Per rendere più cristallina la sua scelta, Marco decide che rifiuterà qualunque proposta di incarico nell’esecutivo prodiano: “Continuerò a fare il senatore. Non ho chiesto nulla in cambio
[4]. Un Follini a interessi zero. Un Follini per il bene comune. Ma l’Unione ha già fatto i suoi calcoli da brivido: con uno scarto così stitico a Palazzo Madama, dove basta uno starnuto per mettere gambe all’aria l’intera maggioranza, il voticello del leader de L’Italia di Mezzo costituirà d’ora in poi la speranza a cui ancorarsi nei momenti di maremoto. “La mia proposta è questa: torniamo al centrosinistra degli anni Sessanta, quello che teneva fuori gli antagonisti e la destra di allora[5]. Ma se pensate che abbia troncato l’operazione “ri-cerco un centro”, vuol dire che non lo conoscete bene: “Il ragionamento che faccio è ancorare il centrosinistra a una posizione più centrista, il tema che pongo è come spostare verso il centro l’asse del governo. La mia disponibilità di oggi a sostenere il governo è figlia di questo tentativo[6].

E adesso? Votare la fiducia e poi decidere di volta in volta, oppure entrare nella maggioranza? Marco vuole preservare la sua autarchia. Anche perché non può compromettersi a oltranza: “Non ho un’idea sacrale di maggioranza e opposizione, non credo esistano due recinti: più si allentano le morse, meglio è. Il senso di una legislatura costruttiva di movimento sta nel restare imprigionati in uno dei due blocchi. Non scelgo un blocco contro l’altro: voterò sul filo del ragionamento
[7]. Il Marco Follini della primavera 2007 è un senatore indipendente che ribadisce la sua estraneità a qualsiasi logica di “buoni o cattivi”, che è convinto che “votare con Diliberto non è più imbarazzante che votare con Calderoni[8], che risponderebbe “grazie, preferisco di no” all’eventuale assegnazione di un ministero perché non ha il sedere affezionato alla poltrona. Il Marco Follini di qualche mese dopo, invece, è ancora un senatore, ma meno, molto meno indipendente. Infatti…

Infatti qualcuno è rimasto fuori dall’arena del governo apposta per fertilizzare il terreno da cui sboccerà il Partito Democratico, miscela tra Democratici di Sinistra e La Margherita. Ma non chiamatelo “grande contenitore” o “grande gazebo”, sennò Piero Fassino, il demiurgo del nuovo soggetto politico, va su tutte le furie: diessini e diellini abbandoneranno sì i propri simboli, ma il risultato non sarà la semplice somma di due partitoni. L’obiettivo è creare un’ampia area riformista che estrometta i radicalismi della sinistra comunista. Come dire, prego cari signori Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio: la porta è da quella parte. Intanto Follini osserva con interesse gli sviluppi. E sembra che Walter Veltroni, candidato numero uno alla segreteria del Pd, abbia proprio bisogno di un uomo come lui, un uomo di centro. Quasi quasi, pensa Follini...


[1] Intervista di Francesco Bei, La Repubblica, 24 febbraio 2007.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 24 febbraio 2007.
[8] Ibidem.
Leggi il CAPITOLO VII

domenica 14 gennaio 2001

Tra le due Italie c'era la mia

“Mi rivolgo a chi non vuole stare né qua né là”. Poi Follini se ne va di là

L’impressione è che Follini sia salito alla ribalta della politica italiana nel momento meno indicato per materializzare la sua idea nostalgico-centrica: al momento dello sfascio demoscristiano non gli resta che seguire le orme dell’allora amico Casini. Nasce il Ccd. Ma nasce anche il Polo della Libertà, che in seguito si chiamerà Casa delle Libertà. Polo, Casa, chiamatela come volete. Per Follini significa una cosa sola, anzi due: Berlusconi e bipolarismo. Quel dannato bipolarismo che ancora oggi immobilizza il Paese: “Non funzionano i due poli. Funziona la meccanica dell’alternanza, questo sì, la previsione statistica che a ogni elezione l’opposizione vince perché è sempre più forte l’inverno del nostro scontento
[1]. Dal ‘94 i vari governi sono passati da destra a sinistra, da sinistra a destra: ribaltamenti di gioco, stessi giocatori. E stessi, clamorosi, autogol. Soprattutto nel secondo esecutivo Berlusconi, tanto per cambiare: “Il centrodestra liberale e liberista in cinque anni ha liberalizzato poco o niente. Il centrosinistra riformista e progressista non ha l’aria di poter fare grandi riforme e grandi progressi[2].

Berlusconi e Prodi rimangono ostaggi delle loro alleanze: “Non si possono costruire coalizioni nelle quali sei obbligato a fare entrare tutti e pagare a peso d’oro i più laterali e i più strampalati
[3]. E, siccome “un altro centrodestra è bello e impossibile[4], ecco che Follini fa baracca e burattini e s’inventa il suo centro, la sua Italia libera e indipendente, la sua Italia di mezzo: “Il mio centro è rivolto a chi non vuole indossare né l'una né l'altra pantofola, a chi non vuole né esser rinchiuso nel muro della Cdl né marciare sotto le bandiere dell'Unione. L'Italia di mezzo è un'Italia di centro, che sa che questo scontro, sotto le vesti di un referendum contro Berlusconi, appartiene al passato[5].

Toh, si continua a ripetere “basta con i partitini” e ora ne spunta fuori un altro. Un altro partito di centro. L’ennesimo. Ci scusi, onorevole Follini, ma che novità è questa? “Venti partiti sono una stranezza che frammenta la rappresentanza politica. Ci sono venti partiti perché ci sono i due poli. Togliamo di mezzo queste costrizioni e i partiti saranno quelli che la natura politica porta a formare: ci sarà una destra, un centro, una sinistra, magari due sinistre (riformisti e antagonisti), perché da quella parte sono particolarmente fecondi. Poi non esistono altri spazi. Se questa varietà di opinioni viene compressa in un sistema in cui dovrei andare per forza d'accordo con Calderoli e litigare con Rutelli senza capire perché devo andare d'accordo con uno e in disaccordo con l'altro, lì si introduce una divisione insanabile
[6]. La medicina? “Investire sul centro. E non illudersi di disporre della rendita di un grande centro che non c’è[7]. Il modello sognato è chiaro: “In Italia non c’è Sharon, altrimenti ci sarebbe Kadima. Ma il tentativo deve essere quello[8].

Nella Cdl cominciano a capire che Follini non lo tiene più nessuno: il 10 aprile 2006 vota, insieme al fido Tabacci, per Napolitano presidente della Repubblica. Primo buffetto a Berlusconi. Secondo buffetto: il 26 maggio dice no al referendum costituzionale sul federalismo (vendetta servita su piatto freddo nei confronti della Lega). E adesso ti aspetti il ceffone. Che arriva non tanto quando il 16 giugno il senatore ribelle fonda L’Italia di Mezzo aderendo al Gruppo Misto (uno così meglio lasciarlo andare per i fatti suoi, pensano nel centrodestra), bensì quando il 13 febbraio 2007 D’Alema fa il punto sulle missioni militari estere. Per la Cdl è una ghiotta occasione per sfrattare Prodi che pochi giorni prima, sull’ampliamento della base Usa a Vicenza, è scivolato su una buccia di banana a Palazzo Madama. Da Follini Berlusconi non si sarebbe aspettato di certo un dietrofront. Ma che votasse sì (ecco il manrovescio) riportando a galla il governo, eh no, questo proprio non lo avrebbe immaginato nemmeno in un film di fantascienza. ‘Sto traditore! Però in effetti vagare nella terra di mezzo solo soletto è deprimente. Guardiamo un po’ dall’altra parte se c’è qualcuno che mi fa compagnia: Follini indossa così la pantofola sinistra. E buonanotte agli obiettivi di centro.


[1] Ibidem, p. 51.
[2] Ibidem, p. 51.
[3] Ibidem, p. 52.
[4] Ibidem, pp. 52-53.
[5] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2007.
[6] Ibidem.
[7] Marco Follini, Uno contro tutti, Marsilio, 2007, p. 62.
[8] Ibidem.

leggi il CAPITOLO VI

sabato 13 gennaio 2001

Davide Follini vs Golia Berlusconi

Il Cavaliere scende dalla sella. E Marco attraversa il Rubicone

E’ il 22 settembre 2005 quando Berlusconi annuncia il ritorno di Tremonti all’Economia dopo le dimissioni di Siniscalco. D’un tratto Follini chiede il microfono: “C’è chi pensa che il miglior leader del centrodestra sia Berlusconi e chi come me pensa di no. Bisogna che queste due opinioni si esprimano democraticamente
[1]. Che nella Cdl ci sia o no democrazia è il forte dubbio di Marco. Perché il Cavaliere, Golia, dovrebbe mai temere Follini, un Davide rompiscatole ma niente di più? Il premier gli risponde: “E’ stato posto oggi per la prima volta il tema della leadership, troveremo il modo democratico per affrontarlo[2]. Quel modo non viene trovato. Anche perché a Casini preme il varo della legge elettorale come moneta di scambio. E scambio fu: il Cavaliere, sventata l’inutile incombenza delle primarie, fa un altro giro di giostra e Calderoli, ministro per le Riforme, appronta il porcellum. Follini non è d’accordo né su leadership né sulla legge elettorale. E messo da solo in un angolino, si dimette.

Tutto per colpa, sempre e comunque, di ‘sta benedetta legge elettorale. Ma cosa ci trova di tanto affascinante Casini nel sistema proporzionale? Quale vantaggio può trarre un partito territoriale come l’Udc? “Con la vecchia legge elettorale – spiega Follini - rischiavi che i tuoi deputati venissero impallinati. Esempio: tu candidavi un democristiano in Padania, e un po’ di mondo berlusconiano e un po’ di popolo leghista avrebbero potuto farlo saltare. Con la nuova legge elettorale tu ti porti i tuoi. Punto. Ma noi abbiamo dato in cambio a Berlusconi la possibilità di fare un’altra corsa, e siamo stati proprio noi, il partito che alla forzatura delle riforme istituzionali aggiungeva la forzatura sulla legge elettorale
[3]. E non si sarebbe dovuto parlare solo di legge elettorale, “ma anche di sistema tedesco, di cancellariato, di sfida costruttiva, di Bundersrat[4]. Vabbè, chiedeva la luna. Così Follini, il panzer mancato, lascia. Sognando un nuovo centro. Il centro che Berlusconi dice di avere già tra le mani: il centro è Forza Italia, erede naturale della Dc.

Marco non la pensa così. Tra Berlusconi e la Dc ce ne passa: “Berlusconi è capo di un partito monocratico ed esprime un’idea monarchica. La Dc invece aveva una vocazione repubblicana e si dilettava a decapitare i propri leader, perché li considerava intercambiabili. Impedì a Fanfani e a De Mita di fare il presidente del Consiglio e il segretario del partito nello stesso tempo. Non ebbe pietà per nessuno, nemmeno per il fondatore De Gasperi. La Dc privilegiava la leadership a più mani ed era insofferente verso qualsiasi primato personale. Mentre Berlusconi fonda sul primato personale e sui propri interessi la sua politica
[5]. Però anche la Dc di cultori dei propri interessi ne aveva a iosa. “Allora c’era un argine che ora non c’è più. Ma non è tutta colpa di Berlusconi. E’ colpa della trasformazione della nostra etica pubblica: Berlusconi è la punta di questo iceberg[6].

Quando l’11 aprile 2006 Prodi sale al governo per un pugno di voti, a Marco viene da dire a tutti: visto? Ma la frittata è fatta. Ora c’è da capire quale sarà il suo futuro politico. In solitudine o in compagnia? Se Giovanardi e Buttiglione si sentono più forzisti che udiccini, c’è chi come Tabacci si sente meno udiccino e più folliniano. Il buon Bruno, compagno di avventure e sventure, ci rimane malissimo quando l’amico Marco abbandona da segretario di partito. Lo rimprovera di aver commesso un gesto avventato. Avrebbe dovuto resistere, resistere e resistere. Ma l’esclusione dalla Commissione parlamentare di vigilanza Rai per Folllini è una ferita ancora aperta. Una sera a Palazzo Chigi Berlusconi lo incrocia e lo accusa di aver innescato la sconfitta per non aver accettato la modifica della par condicio: “Se continui così ti scateno contro le mie tv”. Solo Gianni Letta e Gianni De Michelis spendono qualche parola gentile per lui. Gli altri si rintanano in un silenzio imbarazzante. Compagni Udc compresi. Che sull’altra sponda del Rubicone l’aria sia più respirabile?


[1] Ibidem, p. 34.
[2] Ibidem, p. 34.
[3] Ibidem, pp. 37-38.
[4] Intervista di Mario Lavia, Europa, 8 novembre 2007.
[5] Marco Follini, Uno contro tutti, Marsilio, 2007, pp. 14-15.
[6] Ibidem, pp. 15-16.

leggi il CAPITOLO V

venerdì 12 gennaio 2001

Bibliografia

Marco Follini, Il tarlo della politica, Rusconi, 1988.

Marco Follini, La Dc al bivio, Laterza, 1992.

Marco Follini, C'era una volta la Dc, Il Mulino, 1994.

Marco Follini, La Dc, Il Mulino, 2000.

Marco Follini, Intervista sui moderati, Laterza, 2003.

Marco Follini, Uno contro tutti, Marsilio, 2007.

Marco Follini, La volpe e il leone, Sellerio, 2008.

Intervista di Stefano Joni Scarpolini,
www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2007.

Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 24 febbraio 2007.

Intervista di Francesco Bei, La Repubblica, 24 febbraio 2007.

Intervista di Mario Lavia, Europa, 8 novembre 2007.

Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 29 novembre 2007.

Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 23 gennaio 2008.

Intervista di Lina Palmerini, Il Sole 24 ore, 30 gennaio 2008.


Intervista di Federica Fantozzi, L’Unità, 15 febbraio 2008.

giovedì 11 gennaio 2001

Scheda biografica


Marco Follini
Nato a Roma il 26 settembre 1954
Sposato, una figlia
Giornalista
Deputato al Parlamento (due legislature)
Senatore della Repubblica (prima legislatura)
Componente commissione Finanze e Tesoro del Senato della Repubblica
Componente commissione Parlamentare per le questioni regionaliComponente del Comitato 14 ottobre per il Partito DemocraticoPresidente della Fondazione Formiche Onlus

Dal 1977 al 1980 segretario nazionale del movimento giovanile della Dc
Dal 1980 al 1986 componente della direzione nazionale Dc
Dal 1986 al 1993 consigliere d'amministrazione Rai
Dal 1995 al 2001 componente della direzione nazionale Ccd
Dal 2001 al 7 dicembre 2002 presidente del Ccd
Dal 2 dicembre 2004 al 15 aprile 2005 Vice Presidente del Consiglio
Dall'8 dicembre 2002 al 15 ottobre 2005 segretario dell'Udc
Il 16 giugno 2006 fondato il movimento politico L'Italia di mezzo
Il 19 ottobre 2006 aderisce al Gruppo Misto
L'11 giugno 2007 aderisce al Gruppo L'Ulivo

È stato inoltre direttore del settimanale La Discussione
e direttore delle relazioni esterne per le società Recordati, Stet, Finsiel.

mercoledì 10 gennaio 2001

Finchè c'è la Lega

Quel gioco di contropartite dove Marco sta in panca

In questi anni mi è capitato quasi involontariamente di trovarmi nel punto più acceso della disputa della politica italiana. Lì ho combattuto e lì ho litigato. Ma non pensavo che fosse quello il mio destino politico. Amo la controversia solo perché è il riflesso delle idee. Di mio, sarei molto più tranquillo e accomodante
[1]. Quel “lì”, il luogo della discordia, è lo spiazzo da condividere con e contro Berlusconi. Con o contro: che tormentone. Qualcuno, però, avrà pur scelto Silvio come leader. Andare al voto con lui leader per poi inaugurare la stagione della corrosione contro di lui leader sembra parecchio contraddittorio. Ma c’è da dire che nel 2001 Follini non è ancora nessuno e non ha ancora nessun titolo per dire la sua. E’ semplicemente uno dei tanti deputati del centrodestra che non può arginare il fiume straripante di consensi di cui gode il Cavaliere. Follini però è allergico al suo politicare “che parte da sé, da Arcore e dalle cene con Bossi[2]. Marco non è uno da salotti.

Intanto al centrodestra lui le pulci le fa eccome. Le fa a molte leggi e leggine, soprattutto in tema di giustizia. La firma sull’impedimento della modifica della par condicio è sua. Di contro, subìsce la riforma Gasparri. Per il resto, difficile farsi valere in una classe dove il maestro ha i suoi cocchi: il debole che Berlusconi ha per Bossi è palese, tant’è che Follini trova in Fini una lieve complicità, torchiati dalla preoccupazione comune del Carroccio. Ma con il leader di An il patto non è di ferro, è più una sorta di convergenza parallela: “Avevamo in comune più gli avversari che le opinioni. Fini ha certamente sofferto l’anomalia del centrodestra, ha tentato di reagire, ma con qualche cautela di troppo
[3]. Follini se la deve cavare da solo: all’inizio della legislatura è tra i pochi a sostenere la riforma delle pensioni. Ma trova il muro di Fi e soprattutto della Lega, che teme di vedersi sfilare dalle tasche la devolution. Alla fine la rivoluzione istituzionale prende il largo quando Bossi ritira la sua contrarietà sulla previdenza. In questo gioco di ricompense Follini rimane al palo.

Con il Senatùr il rapporto è sempre stato rispettoso, ma tra due persone che sono agli antipodi e quindi faticano a capirsi, “anche se devo ammettere che Bossi ha una sua linearità e una sua limpidezza. Il suo percorso è sempre stato chiaro, non ha nulla del politicante. Io la maggior parte delle volte non sono d’accordo con lui, ma lungo il suo percorso non ci sono trappole, ha una sua consequenzialità
[4]. La sensazione è che tra Follini e Bossi non ci sia stima eccessiva, ma almeno un’accettazione reciproca. Per Marco il problema non è tanto Umberto, quanto il circolo di bossisti, “quel Circo Barnum che, peraltro, lui ha fatto di tutto per animarlo, quindi non posso giustificarlo più di tanto[5].

Ma non solo la riforma costituzionale, non solo la legge elettorale. Nell’agenda di Follini c’è la questione della leadership. Il tema della discontinuità. Perché continuare con il Cavaliere sarebbe deleterio. Ottenuta la crisi di governo, Follini convoca il secondo congresso del partito: “Cambiare cavallo era il modo più forte e più nitido per cambiare percorso
[6]. Silvio è indignato, si sente pugnalato alle spalle. Peccato che il discorso folliniano, per quanto aggressivo, non trovi il consenso di Casini, che anziché parlare di allontanamento da Berlusconi suggerisce, al contrario, di porsi più verso il premier e meno verso il segretario udiccino. Ma guarda un po’: proprio Pier, che per tutta l’estate ripeteva in tutte le salse “bisogna cambiare”, ora che fa? Aggiusta la posizione del partito e crea il vuoto attorno a Follini. Poi succede che la legge elettorale viene rivisitata in senso casiniano e Berlusconi rimane dov’è. Marco è sempre più solo.

[1] Marco Follini, Uno contro tutti (intervista con Carlo Puca), Marsilio, 2008, p. 11.
[2] Ibidem, p. 18.
[3] Ibidem, p. 22.
[4] Ibidem, p. 32.
[5] Ibidem, p. 33.
[6] Ibidem, p. 33.

leggi il CAPITOLO IV

martedì 9 gennaio 2001

Nella casa senza libertà

Quando Marco si sentiva un coinquilino in affitto

Se l’Udc avesse davvero avuto la volontà di autonomizzarsi fino in fondo non me ne sarei andato via
[1]. Invece i suoi compagni di partito “si sono accomodati nella casa berlusconiana. Ogni tanto il condominio rivendica che si annaffino le piante, che si dia una mano di vernice, che si migliori l’ascensore… Ma senza mettere in discussione il portiere, tanto meno il proprietario della casa[2]. Il rapporto con il padrone di casa Silvio Berlusconi è sempre stato controverso fin dalla sua investitura a vice-presidente del Consiglio, il 2 dicembre 2004. Allora Follini era segretario dell’Udc da due anni esatti (dopo essere stato presidente del Ccd dal 2001 al 2002). Ciò che colpiva di lui nella Cdl era l’impeccabile capacità dialettica ed intellettuale di mediare fra l’impeto della Lega e la prudenza di An e della stessa Udc. La stessa capacità grazie a cui raccolse il 6% del consenso nazionale. Piaceva lo spot televisivo in cui Marco passeggia beato per le vie di Roma pronunciando il claim “Io c’entro”: il partito di Casini (allora Presidente della Camera) fa audience anche grazie al suo faccione.

Marco è telegenico. Marco è il volto placido della riscossa rampante dell’ex-Ccd. Marco è il braccio, ma non destro, di Pier Ferdinando. Perché se il presidente udiccino nasconde sotto le sue vesti istituzionali un’accondiscendenza incondizionata verso Berlusconi, il segretario Follini proprio non riesce a mandar giù l’idea di una sudditanza psicologica nei confronti di Forza Italia. Pier alla stregua di Silvio. E Marco? Non scherziamo. Lui è la voce fuori dal coro. Una voce ancora timida. Un sussurro. Quel che basta per rompere il silenzio. Perchè voglio vedere te ogni giorno fare il sorrisino di circostanza con Giovanardi e Buttiglione. Gente che con Silvio è pappa e ciccia. Mentre Marco, figuriamoci, fatica persino a passargli una penna.

Però c’è da proporgli la riforma della legge elettorale in senso proporzionale come contropartita tecnica. D’altro canto se la Lega mette sul piatto la devolution, l’Udc non può non chieder nulla in cambio della fedeltà offerta a Fi. Primavera 2006, tempo di elezioni politiche. Secondo i calcoli del centrodestra il proporzionale garantirebbe una vittoria di ampio scarto sull’Unione, evitando le insidie del maggioritario. Insomma, Berlusconi, se vuole vincere, deve accontentare la Lega e soprattutto noi, intonano a gran voce gli udiccini. Ma non tutti. A Follini il proporzionale, così come architettato da Casini, proprio non lo convince. Anzi, una pasticcio del genere sarebbe il suicidio del sistema politico italiano. Infatti. Ma non ci voleva un mago, come Harry Potter, per capirlo.

Sì, perché Marco, occhietti vispi e occhiali rotondi, somiglia al maghetto della favola di
Joanne Kathleen Rowling. Consideriamo poi che con la sua bacchetta è riuscito, uno, ad abbattere i muri della Casa della libertà, e due, a far riapparire il governo Prodi, allora capisci perché l’accostamento fatto da Cossiga non è solo estetico. Il proporzionale? Brutta bestia, se non lo si prende per le corna: “Serviva un'altra legge, in un altro modo. Bisognava coinvolgere di più l’opposizione. Ritenevo che la possibilità per gli elettori di scegliere i candidati e di non subire troppo perentorie indicazioni dei partiti facesse parte di quel diritto in più e di quel potere in più che noi per primi avevamo evocato. In una parola, immaginavo una legge in cui furbizia e virtù si tenessero in equilibrio, e non una situazione in cui l'una schiacciasse l'altra[3]. Il disastro rimediato dal centrodestra alle Regionali del 2005 inducono Follini a sgusciare dal terzo esecutivo-Berlusconi prima e dalla segreteria dell’Udc poi. Quando? Il 15 ottobre, all’indomani del via libera alla legge proporzionale. Proprio come la voleva Casini. E non come la voleva Follini, il panzer timido, che preferiva il modello tedesco. Dimissioni, quindi. “Inevitabili” afferma. Senza rimpianti.

[1] Intervista di Mario Lavia, Europa, 8 novembre 2007.
[2] Ibidem.
[3] Marco Follini, discorso delle dimissioni, documento del 15 ottobre 2005.

leggi il CAPITOLO III

lunedì 8 gennaio 2001

Cerco un centro. Anzi no

Sintesi della Follinissea tra sogni e contraddizioni

E’ il dicembre 1981 quando alla radio suona per la prima volta Centro di gravità permanente (dall’album La voce del padrone) di Franco Battiato. Da più di un anno Marco Follini è alla direzione nazionale della Dc. Governo Forlani. Poi Spadolini e Fanfani. Follini sta sotto lo scudo crociato fino al 1986, quando entra nel cda della Rai e ci rimane per sei anni. Intanto si arriva allo spartiacque del 1992: il ciclone di tangentopoli spezza l’incantesimo democristiano e spazza ogni dubbio su Mario Chiesa e seguito. La balena è abbattuta. Il centro di gravità non è più permanente. Parte la ricerca di un nuovo centro. In grado di superare la diffidenza di un elettorato che si sente tradito. In grado di sfidare una forza di gravità che negli ambienti ex-Libertas si sta facendo sempre più schiacciante.

Ventisei anni dopo. E’ il 13 febbraio 2007 quando al Senato Prodi va sotto sulla relazione delle missioni militari estere del ministro D’Alema. Ma a salvare il governo dalla crisi ci pensa Marco Follini, che vota per l’Unione. Il giorno seguente Libero titola in prima pagina “Colpa di questo qui” con la foto del “traditore”. Lui, ex vice-premier nel secondo mandato Berlusconi, ora è accusato di fare aumma aumma col “nemico”. Da destra a sinistra, passando per il centro. E’ l’odissea folliniana. Da quel 1981 sono cambiate molte cose. Anche Follini è stato costretto a rimescolare le sue carte. Il centro di gravità permanente non esiste più da ormai un ventennio. Lui però non si è mai arreso. Un bel giorno decide di saltare il fossato che divarica le due Italie per andare di persona dai riformisti del centrosinistra, prenderli per mano e accompagnarli verso il centro, verso un nuovo governissimo alla democristiana. Perché se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna…

E pensare che il 3 febbraio 2007, in occasione della presentazione del suo nuovo partito L’Italia di Mezzo all’assemblea dei circoli della Lombardia, Marco Follini ci tenne a sottolineare come il suo intento non dovesse essere confuso con quello dei suoi colleghi moderati: “Noi questo tentativo lo facciamo contando solo sulle nostre forze. Tutti gli altri la pensano come noi, ma stando rintanati al calduccio delle loro alleanze e delle loro convenienze. Il centro può rinascere solo grazie alla sua autonomia, partendo da sé. Rifiutando di andare a rimorchio dell'alleato più forte, del principe più generoso
[1]. Già, il più forte, il più generoso. O prendere tra Prodi e Berlusconi, o lasciare. Ma lasciare e camminare in solitudine è roba da intrepidi. Da gente con le palle.

La tiratona d’orecchi è al suo ex-presidente udiccino Pier Ferdinando Casini, reo di essersi fatto imbambolare dall’ipnosi-Berlusconi nonostante i numerosi singhiozzi di ribellione. Singhiozzi di insofferenza, colpetti bassi. Ma mai quel colpo netto che spezzasse una volta per tutte il cordone ombelicale che lo tiene legato al Cavaliere. Casini non ha avuto mai il coraggio di dire “ciao a tutti”. Follini sì. Dice “a mai più” e il 16 giugno 2006 dà vita alla sua nuova creatura, L’Italia di mezzo. Un nuovo centro. Per adesso, ancora un centrino. Ma certamente diverso, dice lui, da quelli tratteggiati dai vari Mastella, Rotondi, Pizza, dai vari volenterosi. Centri velleitari, fumosi. Che non osano divorziare dagli alleati. Follini, invece, sceglie la vita da single. Aspettando di conoscere nuovi amici. Ma se non arrivano bisogna pur andarseli a cercare da qualche parte. Buttando l’occhio a sinistra, i nuovi amici li trova nel Partito Democratico di Veltroni. Da dove, ora come ora, Marco non intende spostarsi di un millimetro: che abbia improvvisamente cambiato obiettivo? Arrivederci, caro centro di gravità permanente, che non fa cambiare idea sulle cose e sulla gente. Arrivederci o addio?


[1] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2007.

leggi il CAPITOLO II

sabato 6 gennaio 2001

I suoi amori: la moglie Deborah e i figli Niccolò e Angela

Andrea Pirlo nasce a Flero, in provincia di Brescia, il 19 maggio 1979. Esordisce in serie A a soli 16 anni e 2 giorni col Brescia il 21 maggio 1995 in Reggiana-Brescia 2-0. Tre anni dopo la chiamata dell’Inter: parentesi infelice con poche presenze (18), quindi il prestito prima alla Reggina nel 2000 e poi al Brescia nel 2001. Il ritorno a casa giova ad Andrea: Mazzone lo schiera titolare fisso insieme a Roberto Baggio e lui ricambia esprimendo tutto il suo talento. Il Milan non se lo lascia scappare e lo ingaggia durante il mercato estivo. Con i rossoneri vince tutto: due Champions League, un Mondiale per club, uno scudetto, due Supercoppe Europee, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Perno della Nazionale italiana (43 presenze e 6 gol), solleva la Coppa del Mondo a Germania 2006. Ha tre amori: la moglie Deborah, con la quale è sposato dal 2001, e i figli Niccolò e Angela di quattro e un anno.

venerdì 5 gennaio 2001

Ti darò la punizione che meriti

Andrea Pirlo
Regia d'autore

Per lui ogni partita è un film. Il regista del Milan e della Nazionale dirige con calma vita e gioco

Quando iniziamo a parlare sembra quasi intimidito. Lui, “il leader silenzioso che parla con i piedi”, così definito da Marcello Lippi, preferisce dar voce ai fatti. In campo succede proprio questo: zitto zitto, taglia e cuce le trame del Milan e della Nazionale. Poi però si scioglie e scopri che Andrea Pirlo, professione calciatore con vocazione da regista, ama farsi anche più di due chiacchere. Quel che stupisce è la soavità con cui ti parla. Il disincanto con cui “punisce” i portieri avversari: sui calci da fermo Pirlo è spietato. E quando si appresta a calciare dal limite dell'area, i portieri fanno gli scongiuri, spesso inutilmente. Allora capisci perché è meglio non fidarsi troppo dei tipi apparentemente calmi.
Andrea, raccontaci le tue parabole.
"Ho studiato attentamente le punizioni di Juninho Pernambucano del Lione, che calcia in maniera molto particolare. Ci sono volute tantissime prove in allenamento e tutt’ora cerco di perfezionarmi, partita dopo partita. Pare che funzioni… Le punizioni sono diventate la mia specialità."
La più bella?
"Mi viene in mente quello realizzato da 25 metri contro lo Shalke 04 nel dicembre 2005, che ci permise di superare il girone eliminatorio di Champions League. Un gol forse non particolarmente bello ma estremamente importante è il rigore battuto contro la Francia nella finale di Berlino. Su azione invece scelgo la rete contro il Ghana, che è anche stato il primo segnato dall’Italia ai Mondiali tedeschi."
Fai gol (più di 50 tra campionato, coppe e Nazionale) e soprattutto fai fare gol: sei affezionato ad un assist in particolare?
"Di assist ne ho fatti tanti e far segnare un compagno è una bellissima soddisfazione per me. Indimenticabile è Il tocco di piatto destro per Fabio Grosso nella semifinale Italia-Germania: metterla in mezzo al proprio compagno in area, all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare, non era affatto semplice. Fabio è stato bravissimo a capitalizzare il mio passaggio mantenendo sangue freddo, nonostante la tensione fosse altissima."
Giochi alla playstation? Dagli assist che servi col contagiri ai tuoi compagni intuiamo di sì, visto che al posto dei piedi sembra tu abbia due joystick…
"Sono un appassionato, ci gioco sempre con Alessandro Nesta. Siamo compagni di camera da sette anni e le nostre sfide durante i ritiri sono infinite. Vince di più lui, ma gli do filo da torcere. Ed è sempre Milan-Juventus: Ale sceglie la Juve, io il Milan. E ovviamente mi metto titolare fisso."
Agosto 2002. Arrivano Seedorf e Rivaldo. C’è già Rui Costa, approdato con te in rossonero l’estate precedente. Un esubero di fantasisti. Ma Ancelotti un posticino in campo te la trova lo stesso: dalla trequarti ti arretra di qualche metro, dandoti accomodare la cabina di regia del centrocampo. E’ stato il passo indietro più importante della tua carriera?
"Indubbiamente. Fu una soluzione che trovammo insieme in occasione del Trofeo Luigi Berlusconi: il mister mi chiese se me la sentissi di scalare sulla linea mediana, visto che in quella posizione avevo già giocato al Brescia la stagione precedente. Io ho risposto subito di sì, ma all’inizio era un esperimento, una scommessa."
E la scommessa l’avete vinta dato che da lì non ti muove più nessuno. Al Milan Ancelotti ti ha perfezionato, al Brescia Mazzone ti ha svezzato mettendoti vicino un certo Roby Baggio…
"E’ stato il mio idolo fin da quando ero bambino: giocare con lui era un sogno. Ebbi già la possibilità di conoscerlo all’Inter. Con la differenza che a Milano lo vedevo dalla panchina, al Brescia ero al suo fianco in campo…"
A proposito. Se per quattro anni sei stato il leader indiscusso della Nazionale Under 21, all’Inter sei stato solo una comparsa. Eppure in entrambi i casi il tecnico era Marco Tardelli. Sembra che l’esperienza sull’altra sponda del Naviglio non ti sia ancora andata giù...
"Ero giovane, avevo una gran voglia di dimostrare quello che valevo, sapevo che potevo dire la mia anche se in punta di piedi. Invece Tardelli, mio ct dell’Under e in quel periodo allenatore dell’Inter, preferì affidarsi a nomi più importanti lasciandomi poco spazio. E’ stato il momento più brutto della mia carriera."
E il momento più bello?
"Due momenti: la vittoria mondiale nel 2006 e la Champions conquistata contro la Juventus a Manchester nel 2003."
Il Pirlo-chiavi del gioco in mano, oltre a dettare i tempi, è bravo anche ad interdire senza essere irruente. Sei come l’acqua calma che seda la corrente impetuosa. Non vai mai sopra le righe. Come fai ad essere sempre così pacato?
"Sono convinto che la tranquillità non te la insegna nessuno, è una dote naturale. Io sono tranquillo in ogni momento della mia vita e questa qualità riesco a rispecchiarla anche sul terreno di gioco, dove non cerco mai lo scontro fisico con l’avversario ma di rubare palla o di intercettare il passaggio per far ripartire subito l’azione. Poi al resto ci pensano Ambrosini e Gattuso, due che mordono le caviglie."
I tuoi prossimi obiettivi?

"Quarto posto in campionato, finale di Champions League a Mosca ed Europeo in Austria-Svizzera."
A proposito di Nazionale. Sei stato il punto fermo dell’Italia di Lippi, sei il punto fermo dell’Italia di Donadoni, saresti il punto fermo persino del Brasile di Dunga che ti considera brasiliano per tecnica e fantasia. Ma con Kakà, Ronaldo e Pato là davanti, non ti sembra di giocare nella Selecao?
"Lusingato dai complimenti di un grandissimo commissario tecnico come Dunga che quando era giocatore ricopriva il mio stesso ruolo. In effetti il Milan, con otto brasiliani, somiglia alla nazionale carioca. Ma io sono orgoglioso di essere italiano, di aver fatto parte del gruppo campione del mondo e di poter tentare il double Mondiale-Europeo."
Kakà Pallone d’oro. Strameritato. Però se fosse stato dato a te, nessuno avrebbe gridato allo scandalo perché nel tuo ruolo sei il migliore al mondo. Sarà per la prossima volta?
"Magari facendo bene agli Europei, perché no?"
Qual è stato “il tuo miglior nemico”?
"Il centrocampista Edgar Davids, quando militava nella Juventus. Faceva paura. Sembrava un carrarmato. Peccato che al Milan non abbia avuto fortuna."
Non si direbbe, invece nello spogliatoio gira voce che sei un gran burlone.
"Con chi conosco bene mi lascio andare e ho sempre la battuta pronta. Mi diverto a fare un sacco di scherzi in coppia con Nesta e le nostre vittime preferite sono Gattuso e Brocchi. Alessandro ed io siamo sempre insieme, ci frequentiamo anche fuori, perché abbiamo due caratteri molto simili, riservati. Però in spogliatoio, che risate!"
E allora chi è il vero Andrea Pirlo?
"Una persona tranquilla che alla discoteca preferisce una serata in famiglia. Un ragazzo che vuole stare al suo posto e non sopporta nessuna di forma di eccesso."
Ora scegli: cravatta o senza?
"Cravatta, la porto spesso."
Casual o classico?
"Classico. Con camicia, giacca, pantalone, scarpa elegante. E sono un grande appassionato di moda."
Ristorante o happy hour?
"Ristorante: si sta seduti e soprattutto si mangia di più."
Il tuo genere musicale?
"R&b, pop e musica leggera italiana. Come la maggior parte dei miei compagni, ascolto l’Ipod, il mio immancabile compagno di viaggio in pullman prima di ogni gara."
Libro o film?
"Assolutamente film."
Faresti l’attore?
"Non ci ho mai pensato. Ma più che fare una parte farei un film. Da buon regista…"
Toglietemi tutto, ma non…
"La pasta! La mangio tutti i giorni."
Cosa cerchi in una donna?
"La tranquillità. E l’ho trovata in mia moglie Deborah. Una donna che sa stare al suo posto e non ama apparire. Proprio come me."


Scopri i suoi amori

(articolo pubblicato su Maxim - marzo 08)

giovedì 4 gennaio 2001

Segni particolari: pazza dei cavalli, di Ronaldinho e delle lasagne

Veridiana Mallmann è nata a Santa Clara do Sul, in Brasile, il 13 giugno 1986.
Ha iniziato tre anni fa a lavorare come modella in Brasile, poi si è trasferita a New York, ma il suo lavoro l’ha portata a viaggiare per il mondo. Ha vissuto in Spagna, Grecia, Germania e infine in Italia. Striscia la notizia è la sua prima esperienza televisiva.
Di origini tedesche, Veridiana è cresciuta in una fattoria tra le campagne brasiliane dove ama andare a cavallo e dove torna appena può per stare con la sua numerosa famiglia. Veridiana ha infatti due sorelle, un fratello e un nipote di sei anni.
Tra le sue passioni ci sono la musica, la danza, che ha studiato sin da piccola, e il calcio (è una grande tifosa di Ronaldinho). Nel tempo libero le piace andare in palestra e al cinema: Brad Pitt e Angelina Jolie sono i suoi attori preferiti. Ama invitare a cena gli amici e da poco ha scoperto una passione per il cibo italiano, in particolare per le lasagne e il formaggio.
Parla correntemente tre lingue, inglese, tedesco e portoghese e il suo sogno nel cassetto è condurre un programma d’informazione tutto suo.

mercoledì 3 gennaio 2001

Supplente fino a giugno

Veridiana Mallmann
La nuova arrivata
Si è ritrovata a ballare sul tavolo più famoso d'Italia, quello di Striscia. E ci ha lasciati di stucco

Non è maestra, perché dice di aver tanto da imparare, ma fino a giugno farà la supplente: il suo banco di scuola, non di prova (il provino alla corte di Antonio Ricci l’ha già superato a pieni voti), è il bancone più sognato dalle teenager, quello di Striscia la notizia. Veridiana Mallmann, 21enne modella brasiliana, dal 7 gennaio ha preso il posto di Thais, la velina bionda, che col pancione è costretta a dire addio agli stacchetti. Se in casa Wiggers-Mammuccari sta atterrando la cicogna, per la matricola Verdiana è in arrivo un bastimento carico di sorprese. Una di queste è la tv: è la prima volta che la sua faccia radiosa fa capolino dallo schermo. Ma la brasiliana nata a Santa Clara do Sul, nella zona del Rio Grande, mica trema di fronte all’ignoto: “Anche se non ho mai lavorato alla tv non ho paura. L’unico problema è che parlo poco l’italiano”. Ci mancherebbe, è qui da noi da soli tre mesi. In compenso sa benissimo il portoghese, l’inglese e il tedesco (ha vissuto due anni in Germania). Il suo nome, Veridiana, significa fresca, giovane. La più giovane della famiglia: è l’ultima di quattro fratelli. Un metro e 79, occhi grigi, chioma dorata. Bellezza ingenua e genuina. Con quel naso all’insù vagamente francese. Ma l’eleganza è tutta sudamericana. Complimenti alla mamma, che col marito gestisce un allevamento di polli. Chissà che bei polli, se li fanno crescere come hanno cresciuto la figliola. Una fanciulla baciata dal destino e dagli anniversari: alla festa dei 20 anni di Striscia incontra Antonio Ricci. Il demiurgo delle veline la nota e prende nota. Colloquio, provino. Promossa. E l’affare tutto carioca è fatto: mamma Thais lascia la scrivania, la debuttante Veridiana va ad affiancare Melissa Satta, che di bebè col suo Christian Vieri ancora non ne parla. La mora e la nuova bionda. Si ricompone così la coppia danzante del tg satirico più seguito dagli italiani.
Prima puntata di Striscia 2008: quasi 9 milioni di spettatori e 30% di share. Le novità eravate tu e il ritorno di Michelle Hunziker. Veridiana, cosa hai provato al tuo debutto in tv?
"E’ stata una grande emozione, anche perché Striscia la Notizia è in diretta e c’erano subito due stacchetti da fare. Una piccola imperfezione l’ho fatta, ma tutti sono stati molto carini per farmi sentire a mio agio e a fine puntata mi hanno fatto i complimenti."
Ti spaventa l’idea di aver raccolto la pesante eredità di Thais?
"Sono felice di aver sostituito un’altra brasiliana, Thais, che ha avuto un grandissimo successo in questi due anni e mezzo di Striscia la Notizia e soprattutto di debuttare in televisione in un programma così importante. Nei pochi mesi in cui starò sul bancone di Striscia sperò però di risultare simpatica ed entrare anch’io nel cuore dei telespettatori."
Lavorerai a Striscia fino a giugno quando inizierà il programma Veline che sceglierà le prossime due ragazze. E dopo cosa farai?
"Sinceramente ancora non lo so perché mi sto godendo questo attimo veramente magico della mia vita professionale."
Ti piace l’Italia?
"Sì, anche se è da poco che ci vivo mi trovo molto bene. Milano è una città in cui è facile inserirsi ma spero di poter avere l’occasione di visitare il vostro paese. Sono già stata a Roma e Catania, due città magiche."
Chi è Veridiana quando scende dalla scrivania di Striscia?
"E’ una ragazza di 21 anni che si diverte con gli amici con cui adora andare a ballare, ama invitarli a cena per preparare i tipici piatti brasiliani e tenersi in forma in palestra!Insomma una ragazza normalissima."
Sei fidanzata?
"No, al momento non c’è nessuno nella mia vita."
In cosa vuoi migliorare?
"Ci sono tante cose su cui devo impegnarmi, a partire dal mio italiano che sto studiando per poi andare avanti con la mia carriera. Spero che questa occasione unica che ho grazie a Striscia la Notizia sia l’inizio di una nuova esperienza perché mi piacerebbe un giorno tornare in Brasile e poter continuare a lavorare in televisione nel mio paese."
Casa dolce casa. La giovane supplente sa già dove vuole arrivare.

Scopri i suoi segni particolari

(articolo pubblicato su Maxim - marzo 08)

martedì 2 gennaio 2001

Ragazzi, si mangia!

Il ristorante Italiano è sempre giovane

I ragazzi dai 20 ai 30 anni lo frequentano due volte alla settimana preferendolo a fast food e cucine straniere. E non si abbuffano

Non è certo un salsoso cheeseburger a spodestare due sugosi spaghetti al ragù. Non è certo il primo fastfood partorito dal nulla a scippare clienti ad un prestigioso ristorante cresciuto nel susseguirsi di epoche diverse. Perché nei confronti del ristorante made rigorosamente e gelosamente in Italy i clienti sono afflitti dalla sindrome di Stoccolma: una volta rapiti, iniziano ad amare il loro rapitore. Un amore a prima vista, quello che non si scorda mai perché senza fine. Un amore tramandato di generazione in generazione: i giovani raccolgono in eredità da genitori e nonni l’amore per la cucina italiana. Un amore fedele. Anche se le tentazioni, eccome che ci sono. Ma agli hamburger extra-large e ai kebab straripanti i giovani italiani continuano a preferire i classici bucatini all’amatriciana. Guardano al domani, oltre confine. Ma mangiano come ieri, a casa dolce casa. Più che bamboccioni, i giovani sono mammoni: l’Italia, patria del buon mangiare, è una mamma che fa bene la pappa ai suoi figlioli.

Francesco, 27 anni, va al ristorante almeno due volte alla settimana con la sua fidanzata: “E’ un bel sacrificio economico, ma ne vale la pena perché paghi non solo quello che mangi ma anche quello che respiri, cioè l’ambiente, l’atmosfera di socialità”. Marco, 26, va soprattutto in pizzeria ma, poiché “la pizza è solo una delle tantissime specialità italiane”, frequenta almeno tre volte al mese il ristorante “dove si mangia la vera cucina etnica che è quella regionale”. La tradizione culinaria di ogni regione, secondo Marco, va a braccetto con il patrimonio naturale e artistico: “Questo vale per tutte le regioni d’Italia - spiega Marco - Recentemente sono stato a Pienza, in Toscana, una perla di bellezze artistiche e paesaggistiche che sono completate da quelle gastronomiche come il pici, il formaggio Rossellino di Pienza, accompagnato da olio e vino”.
Secondo un’indagine Demos-Coop, circa 6 italiani su 10 vanno a ristorante almeno una volta al mese. Il 26% ci va tutte le settimane, soprattutto i giovani fino a 34 anni. "Se scelgono di andare al ristorante è perché sono cultori della cucina - afferma Paolo Caldana, presidente della Federazione Italiana dei Cuochi - sanno quello che vogliono e quello che vanno a mangiare, non solo perchè hanno le possibilità economiche".

Il flusso delle mode sociali è incessante e volubile, ma in fatto di alimentazione i giovani sono romantici conservatori a caccia della semplicità perduta: "Non c'è la maniaca ricerca di piatti barocchi, ma piatti semplici, come la bistecca fiorentina - prosegue il presidente - Roba semplice, genuina". Identità e patriottismo. Ma allora perchè il successo dei ristoranti messicani, indiani, cinesi, giapponesi? "Perchè non esistono più frontiere. La cucina straniera è curiosità, voglia di osservare nuovi metodi, di provare nuovi sapori. Anche noi cuochi di una certa età vogliamo imparare qualcosa di nuovo". Ma qualcosa da scoprire c’è sempre, soprattutto nella penisola italiana che quanto a tradizioni culinarie somiglia più ad un arcipelago: c’è molta più varietà dalle Alpi alla Sicilia che sopra le Alpi e sotto la Sicilia. "Oggi non siamo più pizza e pasta - sottolinea Caldana - ma ci riconoscono per la nostra varietà, per la nostra creatività: In Italia ti sposti di pochi chilometri e la cucina cambia radicalmente". Quindi non serve bussare al vicino: i giovani scelgono il ristorante nostrano. E si scopre che l’era della “grande abbuffata” alla Alberto Sordi è terminata: "Raro vedere un giovane cliente entrare affamato, ora non c'è più la cultura delle grosse mangiate. Il giovane italiano ha il palato fino e cerca nel piatto la delicatezza e il dettaglio. Guarda la qualità, non la quantità".

Giovani che mangiano, ma non solo. Giovani anche che vogliono lavorare ai fornelli: gli aspiranti cuochi. "C'è un grande interesse ad avvicinarsi al mondo della cucina. Ma la figura del cuoco non è più quella di una volta. Oggi, grazie ai nuovi metodi di cottura, non si lavora più in cucina 24 ore su 24, non c'è più la cultura morale dei grossi sacrifici quotidiani. Diventà sì un bel lavoro ben pagato, professionale e anche divertente. Ma poi sono pochi quelli che ottengono dei risultati perchè molti si fermano. Prima ci volevano anni e anni di gavetta, oggi invece si arriva molto più semplicemente. Inoltre le scuole alberghiere non sfornano più giovani degnamente preparati all'approccio al mondo del lavoro".

I giovani, quindi, affollano i ristoranti. E "non serve nemmeno fare una campagna di sensibilizzazione: la tv e i giornali devono semplicemente testimoniare di una ristorazione sana, completa, basata su interessi generali e non privati, che è quella italiana". Tra cheeseburger, kebab, sushi e nuvole di drago, il posto riservato a capotavola lo hanno sempre le trenette al pesto o il baccalà alla vicentina, i maccheroni alla Norma o la cotoletta alla milanese. Parola, anzi, palato dei giovani.


Ringraziando i miei colleghi di master Francesco Maria Del Vigo e Marco Gervino, grandissimi buongustai, per aver rilasciato le preziose interviste.

(articolo pubblicato su Perchè cuochi? - febbraio 08)

lunedì 1 gennaio 2001

Di storie e storielle ce ne raccontano ogni giorno. Ora vogliamo sentire una storia vera

“Disonesto è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”. E i detenuti di San Vittore hanno visto l’esclusivo fotoreportage dell’inviato

Per dieci minuti poco più erano lì con lui. Fuori dalle mura del castigo e immerse nel deserto del Sahara. Alla scoperta di un mondo maledettamente infinito forse ancora più insidioso del mondo inesorabilmente sbarrato in cui risiedono loro, i detenuti del carcere milanese di San Vittore, terzo raggio e sezione femminile. Chi da tanti anni, chi da qualche settimana. Ma non c’è differenza. Ora la vita è questa. Al di qua di un cancello chiuso, senza chiave. In attesa che i ricordi della vita oltre quel cancello si facciano più intensi. Perché si vive anche di ricordi. Figuriamoci in carcere. E nelle immagini dell’esclusivo dvd che Fabrizio Gatti ha preparato in occasione della Giornata delle Memorie (il 28 gennaio scorso), alcuni o chissà parecchi dei reclusi avranno rivisto i lati crudeli della propria esistenza, cinicamente incastonata fra la clandestinità e lo sfruttamento. Una decina di minuti, solo una decina. Quel che basta per portarli tutti con sé laggiù, dove la persona (persona? che parola è? cosa vuol dire?) è merce di scambio, nemmeno pregiata.

Guardando questo fotoreportage e, se potete concedervi ben più di dieci minuti, leggendo Bilal - Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi, il libro-cronaca di Fabrizio Gatti (inviato de L’Espresso), vi accorgerete che fuori dalle mura di una casa circondariale c’è di peggio, di molto peggio. Molto peggio nell’Africa nera. Molto peggio nei ghetti provvisori di Lampedusa, quelli che vengono chiamati “centri di permanenza temporanea”, quelli in cui preferiresti essere spedito in un girone qualunque dell’inferno dantesco, tanto è uguale se non meglio: dormire (parola grossa) su un materassino più di insetti che di gommapiuma e appoggiare la testa su un sacchetto dell’immondizia che dovrebbe fungere da cuscino, mettere a tacere i rumori dello stomaco con un piatto di plastica dove scivolano quattro maccheroni (crudi) in croce e pezzettini ini-ini di tonno come guarnizione di un pasto fin troppo generoso, dissetarsi con una bottiglia d’acqua (se non è qualcos’altro) di due litri scarsi da dividere con il malcapitato di turno. E voi avete il coraggio di chiamarli centri di permanenza questi nuovi campi di concentramento? Fabrizio Gatti si è fatto arrestare tre volte: solo all’ultimo tentativo è riuscito a farsi scaraventare sull’isola dei famosi clandestini.

Altro che copiare, incollare e orpellare dispacci di agenzia per farci su la notiziona. Alzate le chiappe e venite qui a Lampedusa, se avete il coraggio. Venite qui a vedere, a vivere. Mettendoci mica solo la faccia. E scoprirete che il traguardo di molti africani non è la Sorbona di Parigi o più semplicemente un posticino di lavoro in un cantiere italiano. No, non è il sogno europeo. E’ l’inizio di un incubo. La fine, se ci arrivi, di un’odissea dove le sirene lasciano il posto a poliziotti e doganieri corrotti, a scafisti avidi e senza scrupoli. Se ci arrivi, dicevamo. Sennò, durante la traversata-horror, il mare adirato ti inghiottisce e vai a corroborare il dodici percento di quegli intrepidi viaggiatori che tra le coste libiche e quelle italiane trovano la morte: “Approdare vivi a Lampedusa – scrive Gatti - è come sopravvivere a un incidente aereo”.

Tre schede telefoniche (non si sa mai), spiccioli di euro avanzati e il borsellino con dentro i dollari, il tubetto di colla per nascondere le impronte digitali, la zaino nero, il giubbotto salvagente, la camicia, il pile, le vecchie ciabatte, la bottiglia d’acqua da un litro e mezzo, sei panini, tre scatolette di sardine. Si parte. Gatti, con in tasca un documento falso, non si taglia barba e baffi per mesi e mesi. E l’unico modo per assumere le sembianze fisiche e i connotati biografici di un fasullo Bilal Ibrahim el Habib, nato nel ’70 in un villaggio del Kurdistan iracheno. Fabrizio alias Bilal se la fa da Dakar a Tripoli. Sei lunghissimi mesi, migliaia e migliaia di chilometri. Solcando il Tenerè e il Sahara, passando per Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Libia, Tunisia. Come? In tanti modi. A piedi, innanzitutto. Poi, quando capita, a bordo di automobili dalla marmitta ribelle, camion sgangherati che giocano a fare gli equilibristi, trenini che con i binari non vanno molto d’accordo e spesso deragliano trasformando i passeggeri nelle loro vittime preferite.

Bilal supera indenne le frontiere, s’infiltra nelle organizzazioni criminali africane, cammina imperterrito nel sentiero della speranza, si mimetizza nella tratta dei nuovi schiavi. Giovani imbottiti di illusioni, che si lasciano fregare così sotto il naso, che si lasciano calpestare come formiche alla ricerca della tana. Giovani a cui viene promessa la ricca Europa, quando invece a loro non rimane che la povera Africa. Milioni di immigrati accecati dal bagliore di una vita migliore e messi in vendita ad un famigerato mercato di carni umane. E i governi si spartiscono le mazzette: è questa la tratta degli schiavi del terzo millennio. “La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”. Basta con le bugie, allora. Basta con le storielle a lieto fine. Questa di Fabrizio Gatti è una storia vera. Leggere, vedere per credere. Gli inquilini di San Vittore hanno visto il suo fotoreportage. E adesso ci credono. Ancora più di prima.

domenica 2 gennaio 2000

CV SJS

Stefano Joni Scarpolini

Nato a Jakarta (Indonesia) il 23/08/1982, con cittadinanza italiana e residenza a Milano.

Praticante giornalista dall’11 febbraio 2007.

Iscritto al 2° anno del Master biennale di 1° livello in Giornalismo dell’Università IULM riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti come sede sostitutiva del praticantato.

Laurea in Filosofia (votazione di 110 e lode) conseguita il 1 aprile 2005 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi dal titolo Hegel e l’etica pubblica. Una soluzione al dilemma della democrazia contemporanea.

Perfezionamento in Bioetica conseguito il 21 luglio 2006 presso il Centro di Bioetica Sezione di Milano.

Corso-master in Giornalismo Sportivo Televisivo di Formass Television nel maggio e ottobre 2005.

Dal 4 giugno al 4 settembre 2007 stage presso Sport Mediaset per la testata televisiva Studio Sport (Italia Uno) e per il sito internet
www.controcampo.tv.

In possesso della European Computer Driving Licence. Ottima conoscenza di Internet Explorer, del pacchetto Microsoft Office (Word, Excel, Power Point, Access), di Adobe Photoshop e dei programmi di videomaking Adobe Premier, Clip Edit e Magix Video.

Lingue conosciute:
- inglese (parlato e scritto livello intermedio-superiore; stage di perfezionamento linguistico di quattro settimane a Cambridge nel 2005)
- spagnolo (parlato e scritto livello intermedio-superiore)

Collaborazioni:
- da dicembre 2005 al periodico trimestrale della Biblioteca Civica di Piateda (Sondrio) All’Ombra del Rodes e curatore della rubrica Filosofia all’interno del sito interdisciplinare di cultura umanistica
www.poiein.it;
- da dicembre 2005 alla rivista europea Teatri delle Diversità;
- da ottobre 2006 al bimestrale universitario LAB.iulm (e relativo sito internet
www.lab.iulm.it);
- da novembre 2007 al progetto Chinatown today, speciale-video a puntate consultabile su www.tgcom.it;
- da ottobre 2007 al mensile Maxim.
- da febbraio 2008 alla rivista di enogastronomia, ristorazione e cultura agroalimentare Perché cuochi? edita dall’Unione Regionale Cuochi Piemontesi

Attività di volontariato all’interno della Casa Circondariale di San Vittore nell’ambito del Corso di Approccio alle Tecniche di Giornalismo, patrocinato dal Consiglio Regionale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.

Stefano Joni Scarpolini
Via Cesare Cesariano 5, 20154 Milano
0233610808 / 3401294914
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