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giovedì 28 febbraio 2008

Di storie e storielle ce ne raccontano ogni giorno. Ora vogliamo sentire una storia vera

Bilal, una vita da schiavo.
Se non la vivi, non ci credi

Nel suo nuovo libro, Fabrizio Gatti (L’Espresso) racconta il viaggio vissuto in prima persona dall’Africa a Lampedusa per denunciare la tratta di immigrati

Per dieci minuti poco più erano lì con lui. Fuori dalle mura del castigo e immerse nel deserto del Sahara. Alla scoperta di un mondo maledettamente infinito forse ancora più insidioso del mondo inesorabilmente sbarrato in cui risiedono loro, i detenuti del carcere milanese di San Vittore, terzo raggio e sezione femminile. Chi da tanti anni, chi da qualche settimana. Ma non c’è differenza. Ora la vita è questa. Al di qua di un cancello chiuso, senza chiave. In attesa che i ricordi della vita oltre quel cancello si facciano più intensi. Perché si vive anche di ricordi. Figuriamoci in carcere. E nelle immagini dell’esclusivo dvd che Fabrizio Gatti ha preparato in occasione della Giornata delle Memorie (il 28 gennaio scorso), alcuni o chissà parecchi dei reclusi avranno rivisto i lati crudeli della propria esistenza, cinicamente incastonata fra la clandestinità e lo sfruttamento. Una decina di minuti, solo una decina. Quel che basta per portarli tutti con sé laggiù, dove la persona (persona? che parola è? cosa vuol dire?) è merce di scambio, nemmeno pregiata...

sabato 24 novembre 2007

Diamo i numeri / OTTOBRE 07

In 15 anni l'Africa ha speso 200 miliardi in guerre

Coinvolti 23 paesi africani. Spesi 284 miliardi di dollari (199,8 miliardi di euro). Dal 1990 al 2005: ecco quanto sono costati 15 anni di conflitti nel continente nero. È una cifra mastodontica. Ma, secondo gli autori della ricerca Africa's missing billions, persino sottostimata. «Si tratta del totale dei costi legati in modo diretto ai conflitti - spiegano gli autori della ricerca firmata dalle tre associazioni Oxfam, Saferworld e International Action Network on Small Arms - . Nei 284 miliardi si conteggiano soltanto le strutture distrutte, i costi medici e quelli legati agli sfollati». Poi ci sono gli altri, non conteggiati, a cominciare da quelli sostenuti dai paesi confinanti: gestione della popolazione in fuga, difficoltà o paralisi degli scambi commerciali, instabilità politica.

Se sono quindi quasi 300 miliardi i costi "vivi" dei conflitti africani molti altri si perdono negli effetti collaterali. Come i mancati introiti: secondo il ministro del turismo sudafricano, citato nel rapporto, sono circa 22 milioni i turisti che hanno rinunciato a visitare il paese per paura delle violenza in soli cinque anni. Il 95% delle armi proviene dall’estero:i combattimenti esaminati nei 15 anni, salvo qualche rarissima eccezione, sono sempre avvenuti con scontri a fuoco tradizionali, dove le armi leggere erano le uniche in dotazione ai belligeranti. Una in particolare: il Kalashnikov Ak-47. E questo fucile automatico, per il 95% dei casi, viene prodotto in fabbriche dell’Europa, dell’Asia e del Sud America.

Le dimensioni dei guadagni nel mercato delle armi rappresenta un grosso ostacolo alla reale attuazione dell'Arms Trade Treaty ( Trattato sul controllo del commercio delle armi) al quale sta da tempo lavorando l'Onu. Ad esempio, nel solo Mozambico, su 15 milioni di abitanti, si stima siano disponibili circa 10 milioni tra fucili, mitragliatrici e pistole. L'Africa resta il continente nero. Un continente che diventa sempre più buio. Un continente su cui molti, troppi, non hanno il coraggio di far luce.

(articolo pubblicato su Teatri delle diversità - dicembre 07)

lunedì 1 gennaio 2001

Di storie e storielle ce ne raccontano ogni giorno. Ora vogliamo sentire una storia vera

“Disonesto è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”. E i detenuti di San Vittore hanno visto l’esclusivo fotoreportage dell’inviato

Per dieci minuti poco più erano lì con lui. Fuori dalle mura del castigo e immerse nel deserto del Sahara. Alla scoperta di un mondo maledettamente infinito forse ancora più insidioso del mondo inesorabilmente sbarrato in cui risiedono loro, i detenuti del carcere milanese di San Vittore, terzo raggio e sezione femminile. Chi da tanti anni, chi da qualche settimana. Ma non c’è differenza. Ora la vita è questa. Al di qua di un cancello chiuso, senza chiave. In attesa che i ricordi della vita oltre quel cancello si facciano più intensi. Perché si vive anche di ricordi. Figuriamoci in carcere. E nelle immagini dell’esclusivo dvd che Fabrizio Gatti ha preparato in occasione della Giornata delle Memorie (il 28 gennaio scorso), alcuni o chissà parecchi dei reclusi avranno rivisto i lati crudeli della propria esistenza, cinicamente incastonata fra la clandestinità e lo sfruttamento. Una decina di minuti, solo una decina. Quel che basta per portarli tutti con sé laggiù, dove la persona (persona? che parola è? cosa vuol dire?) è merce di scambio, nemmeno pregiata.

Guardando questo fotoreportage e, se potete concedervi ben più di dieci minuti, leggendo Bilal - Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi, il libro-cronaca di Fabrizio Gatti (inviato de L’Espresso), vi accorgerete che fuori dalle mura di una casa circondariale c’è di peggio, di molto peggio. Molto peggio nell’Africa nera. Molto peggio nei ghetti provvisori di Lampedusa, quelli che vengono chiamati “centri di permanenza temporanea”, quelli in cui preferiresti essere spedito in un girone qualunque dell’inferno dantesco, tanto è uguale se non meglio: dormire (parola grossa) su un materassino più di insetti che di gommapiuma e appoggiare la testa su un sacchetto dell’immondizia che dovrebbe fungere da cuscino, mettere a tacere i rumori dello stomaco con un piatto di plastica dove scivolano quattro maccheroni (crudi) in croce e pezzettini ini-ini di tonno come guarnizione di un pasto fin troppo generoso, dissetarsi con una bottiglia d’acqua (se non è qualcos’altro) di due litri scarsi da dividere con il malcapitato di turno. E voi avete il coraggio di chiamarli centri di permanenza questi nuovi campi di concentramento? Fabrizio Gatti si è fatto arrestare tre volte: solo all’ultimo tentativo è riuscito a farsi scaraventare sull’isola dei famosi clandestini.

Altro che copiare, incollare e orpellare dispacci di agenzia per farci su la notiziona. Alzate le chiappe e venite qui a Lampedusa, se avete il coraggio. Venite qui a vedere, a vivere. Mettendoci mica solo la faccia. E scoprirete che il traguardo di molti africani non è la Sorbona di Parigi o più semplicemente un posticino di lavoro in un cantiere italiano. No, non è il sogno europeo. E’ l’inizio di un incubo. La fine, se ci arrivi, di un’odissea dove le sirene lasciano il posto a poliziotti e doganieri corrotti, a scafisti avidi e senza scrupoli. Se ci arrivi, dicevamo. Sennò, durante la traversata-horror, il mare adirato ti inghiottisce e vai a corroborare il dodici percento di quegli intrepidi viaggiatori che tra le coste libiche e quelle italiane trovano la morte: “Approdare vivi a Lampedusa – scrive Gatti - è come sopravvivere a un incidente aereo”.

Tre schede telefoniche (non si sa mai), spiccioli di euro avanzati e il borsellino con dentro i dollari, il tubetto di colla per nascondere le impronte digitali, la zaino nero, il giubbotto salvagente, la camicia, il pile, le vecchie ciabatte, la bottiglia d’acqua da un litro e mezzo, sei panini, tre scatolette di sardine. Si parte. Gatti, con in tasca un documento falso, non si taglia barba e baffi per mesi e mesi. E l’unico modo per assumere le sembianze fisiche e i connotati biografici di un fasullo Bilal Ibrahim el Habib, nato nel ’70 in un villaggio del Kurdistan iracheno. Fabrizio alias Bilal se la fa da Dakar a Tripoli. Sei lunghissimi mesi, migliaia e migliaia di chilometri. Solcando il Tenerè e il Sahara, passando per Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Libia, Tunisia. Come? In tanti modi. A piedi, innanzitutto. Poi, quando capita, a bordo di automobili dalla marmitta ribelle, camion sgangherati che giocano a fare gli equilibristi, trenini che con i binari non vanno molto d’accordo e spesso deragliano trasformando i passeggeri nelle loro vittime preferite.

Bilal supera indenne le frontiere, s’infiltra nelle organizzazioni criminali africane, cammina imperterrito nel sentiero della speranza, si mimetizza nella tratta dei nuovi schiavi. Giovani imbottiti di illusioni, che si lasciano fregare così sotto il naso, che si lasciano calpestare come formiche alla ricerca della tana. Giovani a cui viene promessa la ricca Europa, quando invece a loro non rimane che la povera Africa. Milioni di immigrati accecati dal bagliore di una vita migliore e messi in vendita ad un famigerato mercato di carni umane. E i governi si spartiscono le mazzette: è questa la tratta degli schiavi del terzo millennio. “La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”. Basta con le bugie, allora. Basta con le storielle a lieto fine. Questa di Fabrizio Gatti è una storia vera. Leggere, vedere per credere. Gli inquilini di San Vittore hanno visto il suo fotoreportage. E adesso ci credono. Ancora più di prima.