mercoledì 26 settembre 2007

5^ di campionato: Palermo-Milan 2-1 Seedorf, Diana, Miccoli

Siluro di Miccoli e il Milan sprofonda
Ci ha pensato il Maradona del Salento a porre fine ad una pareggite che in casa rossonera si stava facendo acuta. Sconfitta immeritata. Vedi l'arrembante mezz’ora iniziale con tocchi di prima e con la quarta ingranata. Vedi le due traverse Seedorf-Pirlo. Vedi l’aggiustatina spalla/braccio di Amauri che manda in gol Diana comodo comodo. Vedi i guantoni di Kalac che sono sempre gli stessi, cioè bucati. Insomma, vedi tutto questo. Intanto dalle parti di Inter e Roma, cioè dalla vetta, il Milan lo si vede sempre di meno.

domenica 23 settembre 2007

4^ di campionato: Milan-Parma 1-1 Seedorf, Pisanu

Se non è Champions non è Milan
Fiorentina, Siena, ieri sera il Parma: mettiamoci sopra un'altra X. Dopo il terzo pareggio consecutivo in campionato sarebbe troppo facile dire che i rossoneri in Italia si deprimono mentre in Europa si esaltano. Ma l'Italia non è mica in Europa? Ancelotti dia ripetizioni di geografia ai suoi.

giovedì 4 gennaio 2007

L'onorevole erede di Mike

Gerry Scotti, pseudonimo di Virginio Scotti, è nato a Miradolo Terme il 7 agosto 1956. Tra i programmi da lui condotti: Chi vuol essere milionario?, Passaparola, La corrida e Smile. Si è occupato anche di politica: nel 1987 Scotti fu eletto deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, allora guidato da Bettino Craxi. Viene Considerato l'erede di Mike Bongiorno. Ha inoltre recitato in due sit-com televisive, Io e la mamma con Delia Scala e Finalmente soli con Maria Amelia Monti, e in due fiction televisive assieme a Lino Banfi, Il mio amico Babbo Natale e Il mio amico Babbo Natale 2.

Testimoni e testimonial: Gerry Scotti

Accendiamo un sorriso

“Sorriso”. E’ la tua risposta definitiva? La accendiamo? Accendiamola. Risposta esatta. Suvvia, la sapeva anche un bambino. Sì, perché bambino è sinonimo di sorriso. Perché un bambino dovrebbe solo sorridere, giocare. Vivere la sua infanzia ingenua e genuina. Invece no. Tanti, troppi bambini darebbero una risposta errata, diversa da “sorriso”. Perché non sanno cosa significa questa parola semplice semplice. Molti bambini in Italia però sorridono a vedere il suo pancione di cui va autoironicamente fiero. Lui piace ai bambini. Simpatico, buffo, con quel vocione da Babbo Natale: Gerry Scotti non è solo il papà di Chi vuol essere milionario o di Passaparola. Gerry Scotti è un po’ il papà di tutti i bambini, che s’incollano davanti alla tv ed esclamano indicando con il dito verso lo schermo: “guarda mamma, quello è il grande Gerry!”. In effetti, a guardarlo, il Gerry nazionale assomiglia un po’ ad un personaggio di un cartone animato. E al mondo fanciullesco, fatto di fantasia ma purtroppo anche di speranze negate, Scotti è molto vicino. Lui un figlio ce l’ha, Edoardo. Ed è un figlio fortunato. Partendo proprio dal suo Edoardo, Gerry ha capito che tutti i figli del mondo dovrebbero avere la possibilità di essere felici.

In considerazione dei tanti, terribili problemi di molti bambini, ho cresciuto Edoardo alla scuola del non-privilegio - racconta Scotti - sa che ci sono tanti vantaggi ad avere un padre di successo, e per questo voglio che abbia gli occhi aperti su altre realtà. Gli racconto le mie visite negli ospedali dove c’è chi lotta per la vita. Altro che il giocattolo nuovo! E sono fiero che abbia sviluppato una grande sensibilità verso coetanei meno fortunati”. Dal 2003, anno della fondazione, Gerry Scotti è il prinicipale testimone-testimonial de La fabbrica del sorriso, iniziativa di solidarietà promossa da Mediafriends Onlus il cui obiettivo è raccogliere fondi a sostegno di Associazioni Onlus che operano in Italia e all’estero a favore dei bambini meno fortunati. Grazie alla generosità dei telespettatori, La fabbrica del sorriso ha raccolto in questi anni oltre 19 milioni di euro che sono stati destinati alla realizzazione di più di 50 progetti. Assistenza sociale, sanitaria e socio-sanitaria, beneficenza e istruzione e formazione: questi gli obiettivi de La fabbrica, che ha raggiunto i risultati previsti in agenda, tra cui l’incremento di équipe chirurgiche volanti (i “flying doctors”) per interventi d’emergenza nel Terzo Mondo: "Quest’anno gli enti beneficiari sono aumentati – sottolinea Scotti - c’è una “mappazza” di nomi che non finisce più! A parte gli scherzi, sono tutti affidabili, come il comitato che li ha selezionati”.

L’intento de La fabbrica del sorriso è operare a favore dei piccoli malati ristrutturando reparti di pediatria o creando nuove strutture, allestendo ambienti a misura dei piccoli affetti da disturbi dello sviluppo, offrendo assistenza medica e strutture scolastiche accessibili in Paesi sottosviluppati come Asia, Africa e Sudamerica, sostenendo la ricerca su malattie come la sclerodermia, fornendo interventi cardiochirurgici e di chirurgia plastica ricostruttiva nei Paesi d’origine dei malati e realizzando presto un ospedale aereo per interventi in volo. La fabbrica del sorriso è, come dice il nome, divertimento. E le puntate che ogni anno vanno in onda nel periodo di settembre si svolgono al Teatro Ventaglio Nazionale di Milano. A condurre, ovviamente, Gerry Scotti: “Regalare un po’ di divertimento è un bel modo per accompagnare la raccolta di denaro”. E chiarendo la sua posizione a proposito della beneficenza: “Prendo come regola le parole del Vangelo, ama il prossimo tuo, intendendo per prossimo anche chi ci sta davvero vicino, che potrebbe essere la pensionata del piano di sotto che non riesce ad arrivare a fine mese… In quanto signor Virginio Scotti, sono per il gesto di solidarietà fatto in silenzio, di cui parlo soltanto con mio figlio. Come Gerry Scotti, invece, cioè come personaggio pubblico, mi presto con gioia e con orgoglio a fare da “uomo-sandwich” a iniziative come questa”.

La beneficenza è serenità dell’anima. Per questo “se si riesce a farlo sorridendo, regalando momenti di allegria assieme a quelli di riflessione, tanto meglio: c’è già troppa televisione fatta di musi lunghi”. La risposta a questi musi lunghi? “Sorriso” è quella esatta. Accendiamola allora. E passate parola.

(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - gennaio 08)

mercoledì 3 gennaio 2007

La pena di morte sta lentamente morendo

Stop ai boia. Che cambino mestiere. Così New York ha dato i numeri. Perché la pazzia dell’uomo sembra dirigersi, finalmente, verso il tramonto. 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni. Il 15 novembre scorso la terza commissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte. Per una volta, dobbiamo essere orgogliosi di noi stessi e della nostra tenacia (mica siamo solo bamboccioni!): chi ha voluto fortemente il passaggio del testo è stata l'Italia, che da ben 13 anni conduce la battaglia per la moratoria. I tre precedenti tentativi, nel 1994, nel 1999 e nel 2003, erano falliti. Ma chi la dura la vince. Così la risoluzione L29, presentata da Nuova Zelanda e Brasile, è stata depositata presso la Terza Commissione con l’inizio delle procedure di voto e con l'esame degli emendamenti.

Il testo, che ha ottenuto due voti in più della maggioranza richiesta dei 97 necessari per raggiungere la maggioranza assoluta e che ora si trova sotto esame dell’Assemblea generale (dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre), chiede «la moratoria delle esecuzioni in vista della loro abolizione» e fa appello agli Stati che applicano la pena capitale a «ridurne progressivamente» l'uso e «il numero di delitti per i quali può essere imposta». Con un rinvio ai principi della carta delle Nazioni Unite e «richiamando» la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, la risoluzione chiede al segretario generale Ban Ki-moon di far rapporto sulla sua attuazione alla 63esima Assemblea Generale che si aprirà a New York nel settembre 2008. La risoluzione non è un documento vincolante, ma ha forte peso morale, tant'è che per due volte, nel 1994 e nel 1999, i Paesi del partito della pena di morte sono riusciti a far deragliare iniziative analoghe spaccando la coesione europea.

88 sono i paesi che fino ad oggi hanno abolito l’estrema esecuzione per tutti i reati. 11 si sono riservati solo la possibilità di applicarla per motivi eccezionali (soprattutto in tempo di guerra). 30 ne aggiunge Amnesty International: sono gli stati “abolizionisti di fatto”, così definiti in quanto negli dieci ultimi anni non hanno eseguito nessuna sentenza capitale, anche se prevista dalla loro legislazione. Secondo Robert Badinter, ministro della giustizia ai tempi dell'eliminazione della ghigliottina in Francia nel 1981, uno dei successi della battaglia abolizionista è stata l'istituzione della Corte penale internazionale, che rifiuta il patibolo. Che continua invece ad essere applicato in 68 paesi, tra cui la Cina, gli Stati Uniti, il Giappone, l'India e la maggior parte degli stati del Medio Oriente. Sempre Amnesty international rileva che almeno 2.148 prigionieri sono stati giustiziati in 22 paesi nel 2006 e 5.186 persone sono state condannate a morte. Si tratta di cifre sottostimate, poiché i paesi con il più elevato numero di esecuzioni, come la Cina, l'Iran o l'Arabia Saudita, occultano segretamente queste cifre agghiaccianti. Le aree in cui vengono emesse più sentenze di morte sono gli Stati Uniti, il Medio Oriente e l'Asia. La Cambogia, il Nepal e le Filippine sono gli unici paesi asiatici ad aver soppresso la pena capitale. Nell'ultimo decennio non è mai stata applicata né nello Sri Lanka né in Birmania (dove però è in corso un altro tipo di eliminazione dopo le ferree disposizioni del presidente Musharraf). E' però ancora in vigore nei due principali stati democratici del continente, India e Giappone.

Le esecuzioni brutalizzano tanto chi è coinvolto nel processo quanto la società che le mette in atto. Da nessuna parte viene dimostrato che la pena di morte riduca il crimine o la violenza politica. Paese dopo Paese, è usata, in modo sproporzionato, contro i poveri o contro le minoranze etniche. È frequentemente adoperata come strumento di repressione politica. È imposta e inflitta in modo arbitrario. È un castigo irrevocabile che ha come inevitabile conseguenza l'uccisione di persone spesso innocenti.

Ora si attende il voto definitivo da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu. Stop alla vendetta capitale, stop all’ultima ingiustizia: l’Italia è fiduciosa. Sarà una vittoria umanitaria che potremo sentire nostra.

(articolo pubblicato su All'ombra del Rodes - dicembre 07)

lunedì 1 gennaio 2007

Rino o Ringhio è sempre lui

Gennaro Ivan Gattuso è nato a Corigliano Calabro il 9 gennaio 1978. Dal ’99 gioca nel Milan, con cui ha vinto uno scudetto, due Champions League, due Supercoppe europee, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Titolare della Nazionale italiana (con la quale ha debuttato nel 2000), è diventato Campione del Mondo ai Mondiali di Germania 2006. Ha militato anche in Perugia, Glasgow Rangers e Salernitana. Centrocampista incontrista e di sostanza, fa dell’ardore agonistico e della esistenza atletica le sue armi migliori, tanto da essere stato soprannominato “Ringhio”. Gli amici lo chiamano più affettuosamente “Rino”.

Testimoni e testimonial: Gennaro Gattuso

La Calabria nel cuore

Ci perdoni Ligabue se per una volta non prendiamo spunto dalla sua famosa canzone Una vita da mediano: per raccontare la carriera di questo giocatore non ci sarebbe titolo più azzeccato. Ma siccome in molti, troppi, citano questo brano per parlare di qualunque centrocampista, che si mette umilmente al servizio della squadra, che morde le caviglie agli avversari, che cattura palloni mettendoci la gamba, insomma che si fa un mazzo così ad ogni partita senza magari ricevere gli applausi che merita (perché il suo è lavoro cosiddetto “oscuro”), stavolta noi ci staccheremo dal coro. Perché Gennaro Gattuso non è un centrocampista qualunque. Perché le sue giocate, seppur lontane da quelle talentuose di Kakà, strappano gli stessi applausi che piovono dagli spalti sul compagno brasiliano. Perché anche dopo il novantesimo minuto una standing-ovation se la meriterebbe ancora.

Battono le mani i ragazzi della Calabria. Quei ragazzi in difficoltà a cui Gattuso, tra un impegno calcistico e l’altro, pensa ogni giorno: dal 2003 presiede la Fondazione Forza Ragazzi Onlus, un’associazione creata per porgere un concreto sostegno, sociale ed economico, a ragazzi disagiati: “Mi sembra corretto fare qualcosa di importante – dice Gennaro, detto Gennarino o più semplicemente Rino - per i ragazzi meno fortunati di me per le persone che a mille chilometri di distanza da dove vivo, ma a centinaia di metri da dove sono nato e dove abitano ancora i miei, devono confrontarsi ogni giorno con le difficoltà e i problemi di chi vive in Calabria, in tutta la Calabria, non solo a Corigliano. E quindi è nata l’idea di fare qualcosa per loro. Non solamente strutture sportive e campi da gioco per i giovani, ma anche case famiglia per chi non si può permettere un tetto e tante altre cose ancora”.

L’obiettivo di questo progetto è “acquistare tutto il materiale necessario affinché i bambini possano essere accuditi al meglio, grazie anche al coinvolgimento di personale qualificato”. Ecco perché “una vita da mediano” sarebbe riduttiva: la vita di Rino è una vita da nostalgico. Una vita di chi ai ricordi è indissolubilmente legato. Lui, nato e cresciuto sulla marina ionica di Corigliano a Schiavonea, dove papà Franco lo allenava facendolo andare di corsa su e giù per le scale di casa, non poteva dimenticare chi non ha avuto la sua stessa fortuna: “Io vengo da una situazione difficile e so cosa vuol dire, so cosa significa. Non bisogna dimenticare le origini. Adesso che ho la possibilità di aiutare la mia gente, che la vita mi ha dato tanto, tanto voglio fare io attraverso questa Fondazione che offrirà tanti sorrisi ai calabresi”.

Dalle partite sulla spiaggia coi fusti della nafta come porte, alle colline di Perugia a soli 13 anni. Ai prati verdi della Scozia a 16 quando venne ingaggiato dai Glasgow Rangers, per poi rimpatriare a Salerno e spiccare il volo a Milano sponda rossonera. Scudetto, coppe, supercoppe. Più la Coppa del Mondo un anno fa. Eppure, dopo Berlino, Rino è rimasto quello di sempre, aglio olio e peperoncino, ovvero “uno che si emoziona per mille ricordi di quel mese straordinario, con più voglia e carica di prima, e che non scorda mai di essere partito da questa terra bella e difficile”. L’amore verso la sua Calabria è fedele, eterno. E sofferto. Perché trovare lavoro è dura quanto vincere tre Champions League di fila: “Per un ragazzo del Sud è meno dura di un tempo. Però io ho avuto la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di partire a 13 anni, anche se mia mamma non mi voleva lasciare partire per Perugia e io prendevo a calci la casa. Se il Sud avesse più strutture, non sarebbe necessario partire”. Verso i ragazzi Rino sente molta responsabilità, anzi “moltissima. So che mi vogliono emulare. Quindi, prima di tutto dico che nella vita il successo, la ricchezza, il Rolex, l'auto di lusso non sono valori. E poi cerco di stare attento ai particolari: avevo detto che per la Champions mi sarei fatto biondo con l'orecchino. Beh, era una sciocchezza e se potessi, mi toglierei il tatuaggio sul braccio".

Per la Fondazione di Rino parlano i numeri: nel 2007 sono stati raccolti 477 mila euro, di cui 81 mila ricavati grazie alla vendita del merchandising ufficiale della fondazione e alle offerte; 140 mila da altri progetti speciali come il libro “In Rino Veritas”, che traccia una biografia dell’atleta attraverso parole ed immagini inedite e, infine, il contributo derivante dall’impegno diretto dello stesso Rino in attività pubblicitarie e apparizioni, per la cifra considerevole di 256 mila euro. Tra le prossime iniziative della Fondazione vi è in programma la costruzione di un Centro educativo e sportivo a Corigliano Calabro che verrà messo a disposizione gratuitamente alle associazioni di volontariato locale per offrire ai ragazzi spazi di attività ludiche ed educative durante la giornata.

E non finisce qui. Rino aprirà un'azienda di molluschi, provando a restituire alla sua terra parte della fortuna costruita in questi anni. Il taglio del nastro è previsto per il prossimo 27 dicembre sempre a Schiavonea. L'azienda si chiamerà “Gattuso & Catalano” e sarà destinata alla depurazione e all'allevamento dei molluschi. L'intenzione di Gennaro non è quella di alimentare i propri profitti diversificando le attività, piuttosto quella di investire sulla gente di Calabria, dando una opportunità ai concittadini più giovani e disoccupati: “Era diverso tempo che, con la mia famiglia stavamo valutando la possibilità di mettere su un insediamento produttivo, un' attività industriale che in maniera concreta contribuisse a dare sollievo alla disoccupazione che rappresenta un problema atavico per Corigliano e per tutto il comprensorio. Con la Fondazione abbiamo ottenuto risultati di grandi rilievo aiutando le persone disagiate. Adesso a questo insostituibile strumento di solidarietà, abbiamo deciso di affiancare un' attività commerciale che dia lavoro così da stimolare il tessuto economico del comprensorio”.

Proprio come in campo, “Gattuso-quattro polmoni” abbassa la testa e non si ferma mai. Per questo la sua non è una vita solo da mediano: per la sua adorata Calabria Rino sgobba e suda oltre la linea del centrocampo.

(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - gennaio 08)

lunedì 22 gennaio 2001

Dal teatro alla tv, sempre grandi risate

Claudio Bisio nasce a Novi Ligure (in provincia di Alessandria) il 19 marzo 1957. Debutta in palcoscenico nell’81 con la compagnia Teatro dell'Elfo a Milano. Grande successo riscuote l’adattamento per le scene di Monsieur Malaussene di Daniel Pennac, con il quale Bisio partecipa al Festival dei Due mondi di Spoleto nel ‘97. Nel ‘91 pubblica un 45 giri, Rapput, che scala rapidamente le classifiche di vendita. Nel ‘93 esce il suo primo libro Quella vacca di nonna papera. Molti i riconoscimenti anche al cinema: I Picari di Mario Monicelli, Scemo di guerra di Dino Risi, Strana la vita e I cammelli di Giuseppe Bertolucci, fino al riuscitissimo sodalizio stretto con Gabriele Salvatores. Insieme girano: Kamikazen ultima notte a Milano, Turné, Mediterraneo (Oscar come miglior film straniero nel ‘92), Sud, Puerto Escondido e Nirvana. Nel 1996 Bisio è diretto da Francesco Rosi ne La tregua, tratto da libro omonimo di Primo Levi (tra gli attori anche John Turturro, Stefano Dionisi e Massimo Ghini). Sul piccolo schermo Claudio Bisio partecipa a diverse trasmissioni comiche di successo: Cielito lindo, Facciamo cabaret, Mai dire gol, Francamente me ne infischio, Zelig. Tra i telefilm: Oscar per due diretto da Francesco Farina e Un giorno fortunato di Mario Martelli. Nel 2003 il conduttore torna assieme a Michelle Hunziker prima con Zelig Circus e poi con Zelig Off.

Testimoni e testimonial: Claudio Bisio

Il comico di Zelig da anni s’impegna nel campo della solidarietà.
E ci riesce con successo nonostante il lavoro non dia tregua:“basta un po’ di inventiva”
Il sociale è anche fantasia
“Cos’è la discriminazione? E’ il non rendersi conto che siamo tutti uguali”


Dici Zelig, pensi a Claudio Bisio. Dici Claudio Bisio, pensi alle sue gag, risate annesse. Teatro, tv, cinema. Attore, cabarettista, presentatore, doppiatore, cantante. Insomma, Claudio Bisio da Novi Ligure (ma milanese d’adozione) è il comico italiano più eclettico in circolazione. La sua pelata luccicante e la sua sana ironia dispensano buon umore dal lontano 1978 quando, senza grosse aspettative, tenta l'esame di ammissione alla scuola civica del Piccolo teatro di Milano. Il giovane Claudio porta un brano tratto da Look back in anger di Osborne e canta al pianoforte Vedrai vedrai di Luigi Tenco. Che succede? Che la commissione viene stregata dalla sua esuberanza. Ammesso. Roba da non crederci, ripete lui ancora oggi. Ci credono e ci hanno sempre creduto eccome i suoi insegnanti. Gente come Franca Nuti, Gianfranco Mauri, Mina Mezzadri, Massimo Castri, Virginio Mazzolo. Gente che se ne intende di talenti in erba. Durante il triennio della scuola Claudio studia Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski. Li studia e diventa Claudio Bisio. Dalla comune del teatro allo schermo piccolo e grande della televisione e delle sale cinematografiche. Il Claudio di Zelig che sketcha con Vanessa Incontrada lo conosciamo tutti. Claudio è questo. Ma non solo. Perché a lui i bambini, non solamente i suoi due figli, piacciono tanto. Troppo da non poter far nulla per loro. Tra le numerosissime iniziative di solidarietà, Claudio Bisio da cinque anni collabora con il CESVI, organizzazione umanitaria che opera in trenta paesi del Terzo Mondo per il sostegno dell'infanzia. Claudio Bisio è anche questo. O soprattutto questo.
Claudio, perché occuparsi del sociale?
Non occuparsi del sociale credo sia impossibile! Noi siamo esseri sociali. Viviamo in una società, siamo immersi nel sociale, ne facciamo parte. Quindi, non occuparsene è paradossale. Vero è che non ho mai fatto un lavoro specifico e, nelle varie fasi di vita, il mio occuparmi del sociale ha assunto modalità diverse. Nei miei anni giovanili (gli anni ’70), ad esempio, il mio intervento nel sociale ha avuto come terreno privilegiato la scuola, ma anche la politica. E’ buffo pensare che a quasi quarant’anni di distanza, mi sono ritrovato ad occuparmi dei problemi della scuola, ma quella dei miei figli…”
Quali risultati hai conseguito con le associazioni di solidarietà a cui hai aderito?
In alcuni casi il riscontro è stato immediato. Ad esempio, ricordo una serata che avevo fatto per l’acquisto di un paio di incubatrici speciali per il reparto di pediatria neo-natale di Varese… Nel giro di poco sono state acquistate. In altri casi, invece, il risultato è più a lungo termine. Ma voglio sempre verificare.
Cosa intendi per “discriminazione”?
Non rendersi conto che siamo davvero tutti uguali e aggrapparsi a dei privilegi che il caso ha voluto donarci.”

Possono i personaggi celebri di qualunque settore fare da traino per incentivare il pubblico ad impegnarsi nella solidarietà?
Credo che i personaggi, in realtà, non servano a “fare da traino”. Il mio volto o la mia adesione può semplicemente contribuire a far sì che un progetto o un’iniziativa riesca ad avere più “appeal” per i media e quindi riuscire a dare risonanza all’iniziativa.”

Lavoro e, nel tempo libero, volontariato: si può, anche ad alti livelli professionali?
Non è facile, ma credo di sì. Basta avere un po’ di fantasia…”
Claudio Bisio da anni spreme la sua fantasia e pur di fare sociale se le inventa tutte.


(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)

domenica 21 gennaio 2001

La sua famiglia, dolce melodia

Juan Estebán Aristizábal Vásquez, in arte Juanes, è nato a Medellín (Colombia) il agosto 1972. Inizia la sua carriera artistica a 15 anni nella sua città natale quando crea gli Ekhimosis, un gruppo metal che rimarrà unito per 12 anni con 5 album in carriera. Debutta da solista nel 1999 con la canzone Fíjate bien che gli frutta tre Latin Grammys: Migliore Artista Novità, Miglior Album Vocale da Solista e Miglior Canzone Rock. In Europa diventa famoso con La Camisa Negra, dall’album Mi sangre. Nei Latin Grammys del 2005 Juanes vince altri tre premi: Migliore Canzone Rock per Nada valgo sin tu amor, Miglior Album Rock da Solista per Mi sangre e Miglior Video Musicale per Volverte a ver. Nei suoi testi mescola i suoi timori, le sue aspirazioni, la sua sensibilità sociale, con l'amore intenso per la sua famiglia. Il tutto sopra le note della sua inseparabile chitarra elettrica.

La solidiarietà non ha colore

Il cantante colombiano, autore della contestata La camisa negra, s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo e si dedica ai bambini del suo Paese con Inter Campus
Juanes si sbottona la camisa e dà ritmo al sociale

Adora lo sport, in particolare il calcio “che in certi eventi unisce la gente”


Mannaggia a quel titolo un po’ così. A quella “camicia nera” che gli ha procurato la fama di fascistone. Vabbè, diciamocela tutta: con la malizia politica che c’è in giro, se le è proprio andata a cercare. Ma va sempre in questa maniera quando hai la coscienza a posto e sei incosciente a ciò che vai incontro. Juan Estebán Aristizábal Vásquez, per farla breve Juanes, ha incontrato il successo due anni fa a Lipsia durante la cerimonia dei Mondiali tedeschi di calcio, accompagnando a colpi di mandolino la sua hit La camisa negra. Abbiamo capito bene, “camisa negra”? Sì, avete capito benissimo. Tradotto, camicia nera. Anche se non serve una laurea in lingue per capirlo. E nemmeno quella in storia per avere certi sospetti. Infatti, puntualmente, piovono critiche. Già esultavano alcuni nostalgici, illusi di aver finalmente trovato un’ode al regime riadattata ai giorni nostri. Gioia che dura poco. Perché Juanes, appena decollata la polemica, decide di precisare che lui è tutto tranne che fascista e che la camicia nera è simbolo di lutto, del dolore che si prova quando finisce una storia d’amore.

Credetegli. E credetegli pure quando vi rivela che è un interista doc, come il suo grande amico Ivan Ramiro Cordoba, difensore della squadra milanese. Colombiano Juanes, colombiano Ivan. E vedi come la camiseta cambia colore, anzi ne aggiunge uno e diventa negrazzurra. Senza farlo apposta, Juanes ha sposato la causa degli Inter Campus in Colombia, che combattono la povertà e l’emarginazione: “Sono stato coinvolto quattro mesi fa, appena concluderò il mio tour negli Usa svilupperemo altro lavoro. In Colombia il calcio è molto seguito, come la musica: due mondi che, uniti, possono aiutare tanta gente”. Quando si dice che il calcio sudamericano è musica. Attenzione però. Nel sociale Juanes si è dato da fare ancor prima di scoprire gli Inter Campus: nel 2006 ha creato la fondazione Mi Sangre, “che s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo, che da noi in Colombia sono un problema molto grave. Avevo scritto una canzone sulle vittime delle mine e da lì mi invitarono a tenere concerti e incontri. Ho studiato e capito la portata della tragedia. Così mi sono impegnato con Mi Sangre che aiuta le vittime per la riabilitazione da un punto di vista educativo”.
Musica, calcio e impegno sociale. Del resto molte sue canzoni parlano “di affetti, di relazioni tra le persone e di questioni sociali che da noi sono molto sentite, soprattutto il problema dell’infanzia”. A proposito, dicono che vorresti dedicare il tuo prossimo disco ad un bambino: “Sì, ha 12 anni, si chiama John Ferney e vive a Sonson, vicino a Medellin. E’un giocatore fantastico e mi fa impazzire perché ha perso una gamba, ha attraversato la riabilitazione e ora gioca benissimo con la protesi. Lui è il perfetto esempio di cosa può fare lo sport per le persone e di quanti insegni a non mollare. Quando gli parlo è sempre felice e positivo”.

Juanes, che lo scorso marzo ha presentato a Milano il suo nuovo album La vida es un ratico ospitando Cordoba e altri giocatori dell’Inter, ci racconta che con lo sport ha sempre avuto un bel rapporto: “A scuola giocavo a calcio e a basket e ora amo correre. Mi piace quando lo sport unisce la gente, in certi grandi eventi è come se tutto il mondo si ritrovasse in un luogo, ricorda certe rappresentazioni religiose. Non mi piace se ci sono troppe polemiche e quando potere e soldi hanno il sopravvento. Succede spesso”. E lo dici a noi, formati al corso di calciopoli? Prima la classica, poi la metal: di chitarre Juanes ne ha cambiate parecchie. Ma il suo amore per la musica è rimasto lo stesso. Come quello per il sociale. Colore della camicia permettendo.

sabato 20 gennaio 2001

Fenomeno senza età

L’ex campione italiano di pallavolo ci parla del suo impegno per i bambini
Andrea Lucchetta, solidarietà oltre la rete

“Io testimone, non testimonial. E bisogna diffidare da chi usa il tuo nome”


Fa parte della generazione dei fenomeni. Quella dei Zorzi, dei Gardini, dei Cantagalli, dei Tofoli, dei Pasinato, degli eccetera eccetera. E non se la prenda chi non è stato menzionato, perché una pagina soltanto non basterebbe per raccontare le gesta di tutti i campionissimi classe ’60 della pallavolo italiana. Ecco, Andrea Lucchetta, Treviso 1962, è stato uno di questi fenomeni. E a lui dedichiamo le colonne seguenti. Non gli chiediamo come faccia ogni mattina a sistemare la sua chioma in diagonale con cotanta precisione geometrica, perché con pettine e gel è ancora un fenomeno. Non gli chiediamo nemmeno come sia arredato il suo salotto, perché con tutti quei trofei vinti in carriera intuiamo che non ci sia più spazio nemmeno per i mobili. Gli chiediamo invece se gli piace il sociale. Domanda scontata: Andrea ha a che fare con la solidarietà praticamente da sempre e gli piace da matti. C’è poco da scherzare in questo campo. Dove la rete non è quella che divide in due il rettangolo di gioco, ma quella che divide e basta. In parole povere, vogliamo sapere la sua sul concetto di discriminazione “che prende il sopravvento – spiega Andrea - quando vedi che dalla parte opposta c’è la volontà di mantenere il distacco. Un sentimento negativo che ha dimensioni storiche: il Cristianesimo, per esempio, sta pagando anni e anni di crociate, stiamo tornado indietro, verso una discriminazione al contrario”. Ragazzi, quel gran burlone di Lucchetta non ha proprio voglia di scherzare se si parla di emarginazione. Un disagio sociale che riguarda anche i bambini. Per Crazy Lucky, le creature più belle del mondo. Il suo hobby mattutino? Accompagnare i due figlioletti a scuola. Loro sì che sono fortunati. Ma tanti altri figli, accompagnati o no, a scuola nemmeno ci vanno. Il primo pensiero va quindi ai piccoli. Non solo un pensiero, ma un aiuto concreto: “Da più di quindici anni mi occupo dei problemi dell’infanzia. Visito diversi orfanotrofi ed è bello dimostrare a questi bambini che esisti, che sei vero, che sei uno di loro. Li fai giocare, li fai sorridere: basta poco per aprire il tuo e il loro cuore. Inoltre sostengo adozioni a distanza. E ultimamente sto dando assistenza ad un medico che cura alcuni bambini provenienti dal continente asiatico”.
Andrea, perché il sociale?
Il mio modo di essere vicino al sociale sta in due tipi di aspetti: quello pubblico, ovvero la condivisione di messaggi, e quello personale, che però ci tengo a non dirlo a nessuno.”
A Teatri delle diversità puoi confessarlo…
Mi dispiace, è una cosa molto personale. Ti posso solo dire che a mio avviso non basta metterci la faccia per fare solidarietà.”
Ci hai alzato la palla per una bella schiacciata: intendi dire che bisogna essere più testimoni che testimonial?
Essere testimonial, far sì che altri utilizzino la mia immagine, non m’interessa. Testimone è qualcosa che devi capire e sposare fino in fondo, che deve essere in linea con la tua persona. Io mi sento testimone perché m’identifico in ogni progetto a cui scelgo di partecipare.”
Però ci sono molte associazioni che puntano solo a farsi pubblicità sfruttando i vostri nomi.
Già, se ne sentono di tutti i colori. Bisogna stare davvero attenti e andare a vedere dove va a finire tutto il malloppo. Io condivido solo iniziative totalmente trasparenti dal punto di vista del bilancio, come Amnesty International. C’è da dire che avendo smesso di giocare ho molto più tempo per dedicarmi al sociale. Ma riesco a coinvolgere molti atleti in attività.”
Tra fenomeni di solidarietà ci s’intende.

Insaziabile

Andrea Lucchetta, ex centrale del volley italiano, è nato a Treviso il 25 novembre 1962. La sua carriera inizia in seconda divisione nell’Astori Mogliano Veneto, per poi salire in A2 al Treviso. L'anno seguente approda nella massima serie con la Panini Modena dove gioca 9 stagioni fino al 1990, quando passa alla Mediolanum Milano. Qui vince tutto: un Mondiale per club, 3 Coppe CEV, 4 Scudetti, una Coppa delle coppe e 3 Coppe Italia. Nel 1994 va all'Alpitour Cuneo e fa poker: Coppa CEV, Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea e Coppa Italia A1. Dopo vari ripensamenti, chiude la sua carriera a Modena nel 1999. Con la Nazionale italiana (292 presenze) conquista un Mondiale nel 1990 e 3 World League consecutive (1990, 1991 e 1992). Viene soprannominato Crazy Lucky per la sua particolarissima capigliatura a spazzola e in diagonale.

venerdì 19 gennaio 2001

Dalla terra di nessuno alla terra di tutti

Al centro Follini sarebbe stato protagonista. Ora nel Pd è uno dei tanti

Sarà che gli piace rischiare perché “questa è l’unica emozione che noi politici possiamo trasmettere
[1], di certo quando il 13 febbraio 2007 votò per il governo, il rischio di trovarsi sotto casa due pretoriani dell’opposizione ad attenderlo a braccia incrociate più i militanti de L’Italia di mezzo a tirargli i pomodori, Marco Follini ha sfiorato di correrlo seriamente. Ma senza troppa ironia, non gli sarà stato per nulla semplice motivare il suo cambio di metà campo considerate le promesse, nemmeno così remote, di una politica liberata da “questi due blocchi costruiti a destra e a sinistra entrambi tributari di posizioni sempre più eccentriche[2]. Come la mettiamo?

Nobile sì è stato il suo tentativo di “togliere il filo spinato che separa le due Italie
[3]. Nobile sì il suo desiderio di moderare toni e colori “in un mosaico impazzito di tessere che individuano nell'avversario un demonio da mettere al bando della civiltà[4]. La logica del muro contro muro, la politica dei veleni, non si addice ad uno come Follini, cresciuto alla scuola di Fanfani e di Moro. Però, bisogna ammetterlo, una volta svincolatosi da Berlusconi ci si aspettava che in quel minuscolo orticello ci rimanesse a vita, a maggior ragione perché lo aveva coltivato praticamente da solo, con sudore e fatica. E invece. Invece l’amor sui è andato a farsi benedire: Marco ha tradito non solo i suoi elettori, ma anche se stesso. Perché anziché custodire gelosamente la propria creatura, l’ha venduta al miglior offerente: in un periodo di vacche magre, Prodi si è ritrovato in tavola un agnello appetitoso.

Che voglia spostare il baricentro del Pd verso il centro gli crediamo. Che ci sia molto più centro a sinistra che a destra non ne siamo sicuri. Il dubbio sorge quando vedi Casini uscire dalla Cdl e la coppia Tabacci-Baccini inventarsi la seppur modesta Rosa bianca. Perciò viene da chiedersi: non era meglio attendere ancora qualche mese per poi fare la grande rimpatriata con tutti i compagni centristi nella terra di mezzo, o terra di nessuno? Sì, forse il timore di Follini era proprio di diventare all’improvviso signor-nessuno in quel solco della politica insabbiato dallo schema bipolare che nacque alla morte della Prima Repubblica e che da allora vive nel cuore degli italiani più forte che mai. Ma ora nel Pd Follini, se non è nessuno, è certamente uno dei tanti.

Davanti a lui ci stanno (tanto per fare qualche nome random) le “giovani leve” Letta e Franceschini. Gli ever-green D’Alema, Rutelli, Amato. E poi la Finocchiaro, la Bindi, la Binetti. Da poco (la teodem si tenga forte) pure la Bonino. Eccetera, eccetera. Gli ex Ds e gli ex Dl sono tanti. Milioni di milioni no, ma sono tanti. E la stella di Follini rischia di essere oscurata. Laggiù invece, in quel centro strano ma può darsi anche vero, Marco Follini avrebbe avuto un peso notevole, sarebbe stato (gioco di parole non voluto) al centro della scena. Senza dover fare i conti con i Radicali e con Di Pietro, che Veltroni ha ospitato nel gruppo unico (cosa non si fa per qualche voto in più). Marco, invece, avrebbe preferito che il Pd corresse da solo, senza pericolosi sussidi che potrebbero snaturare l’identità moderata del partito e rivelarsi strozzini ricattatori una volta saliti a Palazzo Chigi. Tant’è. Non si può negare l’evidenza: alle politiche del 13-14 aprile Follini sarà capolista in Campania per il centrosinistra. E se è centrosinistra non è centro. Punto. Nei sogni di Follini il centro di gravità permanente rimane solo una canzone.

Ah, vi sarete chiesti che fine abbiano fatto quei poveretti de L’Italia di Mezzo che, dati alla luce diciotto mesi fa, sono stati abbandonati per strada dal loro papà diciotto mesi dopo. Ecco, siccome la vita va avanti, questi orfanelli hanno deciso, il 22 gennaio scorso, di unirsi al Movimento per l’Autonomia. Il coraggioso progetto si chiama L’Italia di centro-Movimento per l’autonomia e il loro leader Raffale Lombardo, ex Udc, si presenterà già alle prossime amministrative di Sicilia sfidando Angela Finocchiaro del Pd. Come dire, la diaspora al centro non è mica finita. Appuntamento alla prossima puntata.

[1] Marco Follini, “Abbasso i ragionieri, si vince con le emozioni”, Corriere della Sera, 6 ottobre 2007.
[2] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2008.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.

giovedì 18 gennaio 2001

Il buon centrista guarda al domani

Casini corre da solo? Il dialogo può ripartire. Dopo il voto, ovviamente

Il 16 febbraio accade l’imprevisto. O meglio, ciò che da due anni Follini desiderava accadesse e che invece accade tardi, troppo tardi, per tornare indietro e ritrovarsi nel nido materno dell’Udc. Casini, infatti, rifiuta di entrare nel Popolo della libertà e decide di correre da solo, col suo simbolo, alle prossime politiche del 13-14 aprile. Nel Veltrusconi s’interpone ad incudine Casini candidato premier, la vera alternativa di centro. Follini non batte ciglio. Vede la mossa del suo ex presidente come “una scelta che nasce dalla necessità più che dalla virtù
[1]. Una stoccata non da poco. “La rottura, che doveva avvenire due anni fa, è stata molto voluta da Berlusconi e all’apparenza un po’ meno dall’Udc[2]. Ma non tutti seguono Casini. Giovanardi e Buttiglione, da berlusconiani convinti, mettono la freccia ed entrano nel Pdl. Tabacci e Baccini, da berlusconiani poco convinti, mettono la freccia ed escono dal box per fondare la Rosa Bianca. Insomma, non tutti gli udiccini hanno preso la strada verso Arcore. “Tutti noi che ci proclamiamo uomini di centro, vale per Tabacci, Casini ma vale anche per me - commenta Follini - abbiamo pagato lo scotto di polemiche, qualche volta piccine, sovrapposizioni tra di noi, che non ci hanno aiutato[3].

La diaspora al centro sembra essersi consumata, eppure “trovo che politicamente ci sia molto più centro nel Pd che da tutte la altre parti. Detto questo, apprezzo gli assolo di Tabacci, di Pezzotta, anche la rottura, seppur avvenuta in ritardo, di Casini, con cui è ora possibile far ripartire il dialogo. Ma la mia scommessa è un’altra: un Pd centrale proprio in virtù della sua vocazione maggioritaria. Detto questo, fioriscono tanti fiori e non tutti nel nostro recinto
[4]. Infatti, fuori dal recinto del Pd, Udc e Rosa bianca si accorpano nella lista dell’Unione di centro: questa nuova coalizione centrista potrà essere un’alleata del Pd? “Confido possa diventare un interlocutore. Ma gli uomini di centro, ovunque si trovino, qualunque sia la casacca, devono declinare la loro posizione al futuro[5].

Un progetto a lungo termine, quindi. Ma questo Follini non lo ha mai nascosto. Certo che a coloro che lo hanno eletto tra le file del centrodestra fa un po’ specie vederlo ora tra le colonne portanti del palazzo di Piazza Sant’Anastasia. Marco però vuole rassicurare chi continua ad avere fiducia nella sua “mission possibile”, puntando sul dialogo con tutti quei moderati che come lui vogliono tornare ai fasti democristiani. Dopo il voto, ovviamente. “Direi che il dialogo è nelle cose. Ed è perfino ovvio. Naturalmente dobbiamo evitare che sia un dialogo troppo schematico. Il dialogo non è figlio di un gioco di posizioni che lo rende fin troppo facile. Se ne siamo capaci, il dialogo è la conseguenza che dobbiamo fare sul paese
[6].

In questo dialogo l’Udc fa una proposta centrista. E il Pd come rilancia? “Quando Veltroni oggi esemplifica e schiera il presidente dei giovani imprenditori come capolista e candida Antonio Boccuzzi, l’operaio scampato dal rogo della Thyssen, ebbene, lì ritrovo un aggiornamento dell’interclassismo democristiano. Questo per dire che anche nel Pd c’è molto centro
[7]. Nel centrosinistra Follini sta percorrendo a bassa velocità la pista per far decollare il sogno democentrico. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Ma il suo intento magnetico sarà davvero in grado di calamitare i nuovi soci sulla linea mediana?

[1] Intervista di Carmelo Lopapa, La Repubblica, 17 febbraio 2008.
[2] Ibidem.
[3] Intervista di Lina Palmerini, Il Sole 24 ore, 30 gennaio 2008.
[4] Intervista di Federica Fantozzi, L’Unità, 15 febbraio 2008.
[5] Intervista di Carmelo Lopapa, La Repubblica, 17 febbraio 2008.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.

mercoledì 17 gennaio 2001

Non badate al mio curriculum

“Nel Pd può nascere una nuova Dc. E io rivendico il mio piccolo spazio”

Il matrimonio s’ha da fare l’11 giugno 2007: Follini fa il suo ingresso nell’Ulivo. E già parla da democratico. Pardon, da democentrico: “Il Pd è l’unico architrave politico per questo paese, l’unico partito centrale e centrista, un ponte sospeso sopra le nostre faziosità e divisioni[1]. E dalle colonne del Riformista non le manda a dire al Cavaliere, che starebbe operando una subdola politica di centro: “La virata di Berlusconi deve far riflettere anche noi, democratici e democentrici. Riassumiamo. Il Cav inneggia al sistema proporzionale (e non è il solo) e dichiara archiviato il bipolarismo (quasi da solo). Si direbbe che tenterebbe di rifare la Dc da destra. Inoltre demolisce una coalizione e punta tutto su un partito solitario. E qui lo spirito democratico d’un tratto si dissolve[2]. Dopo cinque anni passati col bavaglio alla bocca, Follini ora può mettere subito le cose in chiaro: se si è rifugiato nella tenda di Prodi è perché è convinto che il Pd, a differenza Cdl che soffre di una patologia destrorso-imprenditoriale, “può essere una Dc modernizzata, più laica e progressista. Berlusconi dice che la contesa sta al centro: glielo lasciamo? Oppure gli andiamo incontro per contrastarlo su questo terreno decisivo?[3]. Avanti miei Prodi.

E sulle radici del Pd ecco il Follini-pensiero: “La Dc era un partito tutto, con una sua fisionomia, una sua ideologia. Ma istintivamente portata a coprire tutte le zolle del campo, (quasi) nessuna esclusa. Il Pc, al contrario, era un partito-parte. Noi dobbiamo decidere se cercare di essere tutto o di essere parte. In altre parole, decidere se la nostra identità è profilata oppure più sfumata. E dunque se vogliamo essere l’anima di un polo che continua la disfida bipolare oppure il perno di un nuovo equilibrio, il tassello principale di un mosaico politico tutto da ridisegnare
[4]. Marco non si è affatto arreso, è ancora alla ricerca del “suo” centro. Quindi, non equivocate la sua azione. Perché, a quanto pare, il Pd è il giardino giusto per far crescere la sua pianticella. A centrodestra, invece, usavano gli insetticidi. E la sua creatura moriva all’istante.

Il 26 novembre 2007 Veltroni lo nomina responsabile nazionale per le Politiche dell'Informazione del Partito Democratico. Il sorriso di alcuni prodiani è malizioso. “Sono stato consigliere di amministrazione della Rai sul finire della Prima Repubblica, segretario di un altro partito e perfino (per tre mesi) vicepresidente in un governo Berlusconi. Lo riconosco, non è proprio il curriculum più consono per fare l’ambasciatore nel regno dei media. A mio credito vorrei però segnalare che non mi pare di aver mostrato una così tenace vocazione lottizzatoria ai tempi della Rai e negli anni successivi credo di aver dato un certo contributo ad evitare forzature sulla par condicio che molti, anche dalle mie parti, si apprestavano a fare o a lasciar fare. Insomma, dispongo di una certa libertà e mi illudo di non essere troppo conformista
[5].

Ma allora un emancipato di natura come Follini, che ci sta a fare in un partito così variopinto? “Credo che il Pd sia un mosaico fatto di tante tessere e io rivendico i colori, il formato e gli spigoli della mia piccolissima tessera”. Eppure Follini viene da molto lontano. “Può darsi, ma il senso di questo partito è di dare più peso alla destinazione che non alla provenienza: se la provenienza democristiana facesse problema, allora la stessa destinazione democratica sarebbe in forse
[6]. Se uno più uno fa due. Di certo la politica non è matematica. Ma geometrica forse sì. Perché i partiti sono come perimetri che descrivono un’area. Follini ha cambiato sia il perimetro che l’area. Intanto pure gli ex compagni Tabacci e Baccini, dissidenti da Casini, stanno tracciando il loro perimetro, la loro nuova area: la Rosa bianca. Tutti vogliono il giardinetto privato.

[1] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 23 gennaio 2008.
[2] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 22 novembre 2007.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Marco Follini, Diario di un democentrico, Il Riformista, 29 novembre 2007.
[6] Ibidem.

martedì 16 gennaio 2001

Dal Pd: Marco, abbiamo bisogno di te!

Sì, ma come la prenderanno i miei nuovi amici “mezzani”?

Mi raccomando, senza trattino: “centrosinistra” va scritto tutto attaccato. Perché proprio questo dovrà essere il Partito Democratico: né la pallida riedizione del compromesso storico, né l’ennesimo cambiamento di nome interno alla storia della sinistra italiana. Ci tengono a non essere fraintesi i parlamentari dell’Ulivo. In particolare Antonio Polito e Nicola Rossi, che l’8 marzo 2007 scrivono congiunti una lettera al direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli per chiedere a Follini e al suo nuovo movimento di partecipare alla costituzione di questo grande organo politico: “Follini ha detto in aula al Senato, motivando il suo voto di fiducia al governo guidato da Romano Prodi, che intende gettare un ponte tra centro e sinistra: non è meglio costruire un tetto comune, per un centro riformatore e una sinistra riformista? Oggi è possibile. E L’Italia di mezzo costituirebbe la garanzia che il tentativo è serio
[1]. Tradotto: caro Marco, il Pd ha bisogno di te.

Ok, il progetto non è di quelli campati per aria, Veltroni è una persona seria, l’invito è allettante. Ma che dico ai miei nuovi militanti? Qualche mese addietro, il 21 ottobre 2006 a Napoli, durante la cerimonia di battesimo de L’Italia di Mezzo, Follini aveva detto tutto, ma proprio tutto. Tranne che si potesse aprire uno spiraglio per confluire a sinistra: “La nostra formazione si colloca fuori dai due poli, fuori dal centrodestra e all'opposizione del centrosinistra. La nostra missione è dare voce ad una parte dell'Italia che non ha rappresentanza, un'Italia centrista, moderata, che sta nel mezzo, tra Prodi e Berlusconi, e che soffre lo schiacciamento nella tenaglia di questo bipolarismo”. Perché “chi si vuole dedicare a costruire un centro più forte deve scommettere sulla rottura di questo schema bipolare”. Era con questo spirito dal sapore un pizzico anarchico che Marco Follini si chiamava fuori dal partito di cui è stato segretario ma per cui non versa una lacrima che sia una.

E ai vecchi amici dell'Udc rivolgeva un consiglio: “Decidete cosa fare da grandi perché in questi mesi di legislatura avete abbaiato molto ma morsicato molto meno”. Con un’eccezione: Lorenzo Cesa, suo successore alla segreteria e uno dei principali artefici della nascita dell’Udc: “Lorenzo è senza ombra di dubbio una straordinaria figura umana e politica”. Poi, stop con gli encomi: Follini si toglieva due sassolini dalla scarpa quando ricordò come in quei mesi l'Udc si fosse tenuta ben dentro i confini della coalizione di centrodestra: “Lo ha fatto in occasione dell'elezione del Capo dello Stato, del referendum costituzionale, della candidatura alle regionali in Molise”. Sull'episodio molisano, in particolare, andava giù duro: “Dopo giorni di squilli di trombe e rulli di tamburi per annunciare la volontà di andar da soli, l'Udc è poi rientrata nei ranghi”, appoggiando con tutta la Cdl il presidente uscente Michele Iorio. Per Marco Follini “puntare a ricostruire il centrodestra è cosa diversa dallo scommettere sulla ristrutturazione del centrodestra: sono due politiche differenti”.

Contro ogni pronostico della vigilia, non lo segue Bruno Tabacci. Proprio lui, amico fraterno che tante ne ha viste insieme a Marco tra dispotisimi berlusconiani e ruffianerie casiniane e che inizialmente aveva lavorato all’elaborazione de L'Italia di mezzo, rimane dov’è (più tardi si unirà a Tabacci per far sbocciare la Rosa bianca). Aderiscono invece Riccardo Conti, Antonio Iervolino (ex senatore Udc) e Ortensio Zecchino (ex ministro del governo D'Alema), una decina di consiglieri regionali e una cinquantina di consiglieri provinciali. Insomma, era tutto pronto per passare al Gruppo Misto del Senato. Marco ci passa. Ma è una gita che dura poco, otto mesi circa. Perché la lettera di Polito e Rossi lui la raccoglie, la legge e non la straccia. Anzi, risponde signorsì e il 22 maggio 2007 entra nella carica dei Quarantacinque. I quarantacinque membri del Comitato 14 ottobre. Più semplicemente, il comitato costituente del Pd. Come cambia la vita.


[1] Nicola Rossi e Antonio Polito, lettera a Paolo Mieli, Corriere della Sera, 8 marzo 2007.

lunedì 15 gennaio 2001

Senatore senza bandiera

Marco non ama stare in poltrona. Ma se Veltroni chiama…

Già nel dicembre 2005 lo diceva sottovoce: “Serve un altro centrosinistra, libero dalla morsa dell’antagonismo
[1]. Ma nessuno raccolse l’appello. Alla vigilia del voto di fiducia del 25 febbraio Follini bussa alla porta di tutti i leader del centrosinistra e poi si rinchiude al terzo piano di via Bissolati per far metabolizzare l’inversione di trend ai dirigenti della neonata Italia di Mezzo: “Penso che occorra salvaguardare la governabilità, che non è solo una parola politically correct, ma una risorsa per un Paese che vedo in grande difficoltà e che non è aiutato dalla disputa muscolare a cui abbiamo assistito in questi anni. Approfondire il solco della crisi di governo significa lasciare al buio il Paese in un momento difficile. E io non mi presto[2]. Certo, Follini non si presta. Infatti, secondo la Cdl tutta, il voto alla maggioranza non l’ha mica prestato: l’ha proprio regalato. E giù critiche. “Ho messo in conto da molto tempo una discreta quantità di rimproveri. Quando ci penso qualche volta mi dispiace, ma non mi atterrisce[3].

Per rendere più cristallina la sua scelta, Marco decide che rifiuterà qualunque proposta di incarico nell’esecutivo prodiano: “Continuerò a fare il senatore. Non ho chiesto nulla in cambio
[4]. Un Follini a interessi zero. Un Follini per il bene comune. Ma l’Unione ha già fatto i suoi calcoli da brivido: con uno scarto così stitico a Palazzo Madama, dove basta uno starnuto per mettere gambe all’aria l’intera maggioranza, il voticello del leader de L’Italia di Mezzo costituirà d’ora in poi la speranza a cui ancorarsi nei momenti di maremoto. “La mia proposta è questa: torniamo al centrosinistra degli anni Sessanta, quello che teneva fuori gli antagonisti e la destra di allora[5]. Ma se pensate che abbia troncato l’operazione “ri-cerco un centro”, vuol dire che non lo conoscete bene: “Il ragionamento che faccio è ancorare il centrosinistra a una posizione più centrista, il tema che pongo è come spostare verso il centro l’asse del governo. La mia disponibilità di oggi a sostenere il governo è figlia di questo tentativo[6].

E adesso? Votare la fiducia e poi decidere di volta in volta, oppure entrare nella maggioranza? Marco vuole preservare la sua autarchia. Anche perché non può compromettersi a oltranza: “Non ho un’idea sacrale di maggioranza e opposizione, non credo esistano due recinti: più si allentano le morse, meglio è. Il senso di una legislatura costruttiva di movimento sta nel restare imprigionati in uno dei due blocchi. Non scelgo un blocco contro l’altro: voterò sul filo del ragionamento
[7]. Il Marco Follini della primavera 2007 è un senatore indipendente che ribadisce la sua estraneità a qualsiasi logica di “buoni o cattivi”, che è convinto che “votare con Diliberto non è più imbarazzante che votare con Calderoni[8], che risponderebbe “grazie, preferisco di no” all’eventuale assegnazione di un ministero perché non ha il sedere affezionato alla poltrona. Il Marco Follini di qualche mese dopo, invece, è ancora un senatore, ma meno, molto meno indipendente. Infatti…

Infatti qualcuno è rimasto fuori dall’arena del governo apposta per fertilizzare il terreno da cui sboccerà il Partito Democratico, miscela tra Democratici di Sinistra e La Margherita. Ma non chiamatelo “grande contenitore” o “grande gazebo”, sennò Piero Fassino, il demiurgo del nuovo soggetto politico, va su tutte le furie: diessini e diellini abbandoneranno sì i propri simboli, ma il risultato non sarà la semplice somma di due partitoni. L’obiettivo è creare un’ampia area riformista che estrometta i radicalismi della sinistra comunista. Come dire, prego cari signori Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio: la porta è da quella parte. Intanto Follini osserva con interesse gli sviluppi. E sembra che Walter Veltroni, candidato numero uno alla segreteria del Pd, abbia proprio bisogno di un uomo come lui, un uomo di centro. Quasi quasi, pensa Follini...


[1] Intervista di Francesco Bei, La Repubblica, 24 febbraio 2007.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 24 febbraio 2007.
[8] Ibidem.
Leggi il CAPITOLO VII

domenica 14 gennaio 2001

Tra le due Italie c'era la mia

“Mi rivolgo a chi non vuole stare né qua né là”. Poi Follini se ne va di là

L’impressione è che Follini sia salito alla ribalta della politica italiana nel momento meno indicato per materializzare la sua idea nostalgico-centrica: al momento dello sfascio demoscristiano non gli resta che seguire le orme dell’allora amico Casini. Nasce il Ccd. Ma nasce anche il Polo della Libertà, che in seguito si chiamerà Casa delle Libertà. Polo, Casa, chiamatela come volete. Per Follini significa una cosa sola, anzi due: Berlusconi e bipolarismo. Quel dannato bipolarismo che ancora oggi immobilizza il Paese: “Non funzionano i due poli. Funziona la meccanica dell’alternanza, questo sì, la previsione statistica che a ogni elezione l’opposizione vince perché è sempre più forte l’inverno del nostro scontento
[1]. Dal ‘94 i vari governi sono passati da destra a sinistra, da sinistra a destra: ribaltamenti di gioco, stessi giocatori. E stessi, clamorosi, autogol. Soprattutto nel secondo esecutivo Berlusconi, tanto per cambiare: “Il centrodestra liberale e liberista in cinque anni ha liberalizzato poco o niente. Il centrosinistra riformista e progressista non ha l’aria di poter fare grandi riforme e grandi progressi[2].

Berlusconi e Prodi rimangono ostaggi delle loro alleanze: “Non si possono costruire coalizioni nelle quali sei obbligato a fare entrare tutti e pagare a peso d’oro i più laterali e i più strampalati
[3]. E, siccome “un altro centrodestra è bello e impossibile[4], ecco che Follini fa baracca e burattini e s’inventa il suo centro, la sua Italia libera e indipendente, la sua Italia di mezzo: “Il mio centro è rivolto a chi non vuole indossare né l'una né l'altra pantofola, a chi non vuole né esser rinchiuso nel muro della Cdl né marciare sotto le bandiere dell'Unione. L'Italia di mezzo è un'Italia di centro, che sa che questo scontro, sotto le vesti di un referendum contro Berlusconi, appartiene al passato[5].

Toh, si continua a ripetere “basta con i partitini” e ora ne spunta fuori un altro. Un altro partito di centro. L’ennesimo. Ci scusi, onorevole Follini, ma che novità è questa? “Venti partiti sono una stranezza che frammenta la rappresentanza politica. Ci sono venti partiti perché ci sono i due poli. Togliamo di mezzo queste costrizioni e i partiti saranno quelli che la natura politica porta a formare: ci sarà una destra, un centro, una sinistra, magari due sinistre (riformisti e antagonisti), perché da quella parte sono particolarmente fecondi. Poi non esistono altri spazi. Se questa varietà di opinioni viene compressa in un sistema in cui dovrei andare per forza d'accordo con Calderoli e litigare con Rutelli senza capire perché devo andare d'accordo con uno e in disaccordo con l'altro, lì si introduce una divisione insanabile
[6]. La medicina? “Investire sul centro. E non illudersi di disporre della rendita di un grande centro che non c’è[7]. Il modello sognato è chiaro: “In Italia non c’è Sharon, altrimenti ci sarebbe Kadima. Ma il tentativo deve essere quello[8].

Nella Cdl cominciano a capire che Follini non lo tiene più nessuno: il 10 aprile 2006 vota, insieme al fido Tabacci, per Napolitano presidente della Repubblica. Primo buffetto a Berlusconi. Secondo buffetto: il 26 maggio dice no al referendum costituzionale sul federalismo (vendetta servita su piatto freddo nei confronti della Lega). E adesso ti aspetti il ceffone. Che arriva non tanto quando il 16 giugno il senatore ribelle fonda L’Italia di Mezzo aderendo al Gruppo Misto (uno così meglio lasciarlo andare per i fatti suoi, pensano nel centrodestra), bensì quando il 13 febbraio 2007 D’Alema fa il punto sulle missioni militari estere. Per la Cdl è una ghiotta occasione per sfrattare Prodi che pochi giorni prima, sull’ampliamento della base Usa a Vicenza, è scivolato su una buccia di banana a Palazzo Madama. Da Follini Berlusconi non si sarebbe aspettato di certo un dietrofront. Ma che votasse sì (ecco il manrovescio) riportando a galla il governo, eh no, questo proprio non lo avrebbe immaginato nemmeno in un film di fantascienza. ‘Sto traditore! Però in effetti vagare nella terra di mezzo solo soletto è deprimente. Guardiamo un po’ dall’altra parte se c’è qualcuno che mi fa compagnia: Follini indossa così la pantofola sinistra. E buonanotte agli obiettivi di centro.


[1] Ibidem, p. 51.
[2] Ibidem, p. 51.
[3] Ibidem, p. 52.
[4] Ibidem, pp. 52-53.
[5] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2007.
[6] Ibidem.
[7] Marco Follini, Uno contro tutti, Marsilio, 2007, p. 62.
[8] Ibidem.

leggi il CAPITOLO VI

sabato 13 gennaio 2001

Davide Follini vs Golia Berlusconi

Il Cavaliere scende dalla sella. E Marco attraversa il Rubicone

E’ il 22 settembre 2005 quando Berlusconi annuncia il ritorno di Tremonti all’Economia dopo le dimissioni di Siniscalco. D’un tratto Follini chiede il microfono: “C’è chi pensa che il miglior leader del centrodestra sia Berlusconi e chi come me pensa di no. Bisogna che queste due opinioni si esprimano democraticamente
[1]. Che nella Cdl ci sia o no democrazia è il forte dubbio di Marco. Perché il Cavaliere, Golia, dovrebbe mai temere Follini, un Davide rompiscatole ma niente di più? Il premier gli risponde: “E’ stato posto oggi per la prima volta il tema della leadership, troveremo il modo democratico per affrontarlo[2]. Quel modo non viene trovato. Anche perché a Casini preme il varo della legge elettorale come moneta di scambio. E scambio fu: il Cavaliere, sventata l’inutile incombenza delle primarie, fa un altro giro di giostra e Calderoli, ministro per le Riforme, appronta il porcellum. Follini non è d’accordo né su leadership né sulla legge elettorale. E messo da solo in un angolino, si dimette.

Tutto per colpa, sempre e comunque, di ‘sta benedetta legge elettorale. Ma cosa ci trova di tanto affascinante Casini nel sistema proporzionale? Quale vantaggio può trarre un partito territoriale come l’Udc? “Con la vecchia legge elettorale – spiega Follini - rischiavi che i tuoi deputati venissero impallinati. Esempio: tu candidavi un democristiano in Padania, e un po’ di mondo berlusconiano e un po’ di popolo leghista avrebbero potuto farlo saltare. Con la nuova legge elettorale tu ti porti i tuoi. Punto. Ma noi abbiamo dato in cambio a Berlusconi la possibilità di fare un’altra corsa, e siamo stati proprio noi, il partito che alla forzatura delle riforme istituzionali aggiungeva la forzatura sulla legge elettorale
[3]. E non si sarebbe dovuto parlare solo di legge elettorale, “ma anche di sistema tedesco, di cancellariato, di sfida costruttiva, di Bundersrat[4]. Vabbè, chiedeva la luna. Così Follini, il panzer mancato, lascia. Sognando un nuovo centro. Il centro che Berlusconi dice di avere già tra le mani: il centro è Forza Italia, erede naturale della Dc.

Marco non la pensa così. Tra Berlusconi e la Dc ce ne passa: “Berlusconi è capo di un partito monocratico ed esprime un’idea monarchica. La Dc invece aveva una vocazione repubblicana e si dilettava a decapitare i propri leader, perché li considerava intercambiabili. Impedì a Fanfani e a De Mita di fare il presidente del Consiglio e il segretario del partito nello stesso tempo. Non ebbe pietà per nessuno, nemmeno per il fondatore De Gasperi. La Dc privilegiava la leadership a più mani ed era insofferente verso qualsiasi primato personale. Mentre Berlusconi fonda sul primato personale e sui propri interessi la sua politica
[5]. Però anche la Dc di cultori dei propri interessi ne aveva a iosa. “Allora c’era un argine che ora non c’è più. Ma non è tutta colpa di Berlusconi. E’ colpa della trasformazione della nostra etica pubblica: Berlusconi è la punta di questo iceberg[6].

Quando l’11 aprile 2006 Prodi sale al governo per un pugno di voti, a Marco viene da dire a tutti: visto? Ma la frittata è fatta. Ora c’è da capire quale sarà il suo futuro politico. In solitudine o in compagnia? Se Giovanardi e Buttiglione si sentono più forzisti che udiccini, c’è chi come Tabacci si sente meno udiccino e più folliniano. Il buon Bruno, compagno di avventure e sventure, ci rimane malissimo quando l’amico Marco abbandona da segretario di partito. Lo rimprovera di aver commesso un gesto avventato. Avrebbe dovuto resistere, resistere e resistere. Ma l’esclusione dalla Commissione parlamentare di vigilanza Rai per Folllini è una ferita ancora aperta. Una sera a Palazzo Chigi Berlusconi lo incrocia e lo accusa di aver innescato la sconfitta per non aver accettato la modifica della par condicio: “Se continui così ti scateno contro le mie tv”. Solo Gianni Letta e Gianni De Michelis spendono qualche parola gentile per lui. Gli altri si rintanano in un silenzio imbarazzante. Compagni Udc compresi. Che sull’altra sponda del Rubicone l’aria sia più respirabile?


[1] Ibidem, p. 34.
[2] Ibidem, p. 34.
[3] Ibidem, pp. 37-38.
[4] Intervista di Mario Lavia, Europa, 8 novembre 2007.
[5] Marco Follini, Uno contro tutti, Marsilio, 2007, pp. 14-15.
[6] Ibidem, pp. 15-16.

leggi il CAPITOLO V