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martedì 15 aprile 2008

Testimoni e testimonial: Filippo Magnini

ll 26enne campione mondiale di nuoto, prossimo alle Olimpiadi di Pechino,
parla del suo costante apporto all’Associazione Italiana contro le leucemie
Un tuffo nella solidarietà
“Una cosa è prestare il proprio volto, un’altra è partecipare attivamente”

I pesciolini lenti lui se li mangia cospargendoli di maionese, il suo cibo numero uno a pari merito con gli avversari. Peccati di gola del campione mondiale nei 100 stile libero. Classe ’82 e, manco a dirlo, segno Acquario. Filippo Magnini, detto “lo Squalo”, punta la pinna verso la Cina, dove ad agosto vuole centrare il suo primo oro olimpico (dopo i trionfi iridati di Montreal 2005 e Melbourne 2007) e diventare l’uomo anfibio più titolato nella storia del nuoto. Faccia da discolo, sorriso contagioso e soprattutto due spalle così. E pensare che da piccolo sua mamma lo buttò in piscina proprio perché era mingherlino e doveva mettere su massa. Prima stile rana, poi, a sedici anni, stile libero. Come una fiaba: il ranocchio si trasforma in uno squalo-principe. Anzi, re. Ha così inizio la leggenda del Re Magno, primo nuotatore italiano a portare a casa un oro mondiale. Uno squalo feroce nella vasca, ma che fuori mostra tutto il suo cuore tenero e sensibile ai problemi sociali...


(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)

venerdì 11 aprile 2008

Testimoni e testimonial: Claudio Bisio

Il comico di Zelig da anni s’impegna nel campo della solidarietà.
E ci riesce con successo nonostante il lavoro non dia tregua:“basta un po’ di inventiva”
Il sociale è anche fantasia
“Cos’è la discriminazione? E’ il non rendersi conto che siamo tutti uguali”


Dici Zelig, pensi a Claudio Bisio. Dici Claudio Bisio, pensi alle sue gag, risate annesse. Teatro, tv, cinema. Attore, cabarettista, presentatore, doppiatore, cantante. Insomma, Claudio Bisio da Novi Ligure (ma milanese d’adozione) è il comico italiano più eclettico in circolazione. La sua pelata luccicante e la sua sana ironia dispensano buon umore dal lontano 1978 quando, senza grosse aspettative, tenta l'esame di ammissione alla scuola civica del Piccolo teatro di Milano. Il giovane Claudio porta un brano tratto da Look back in anger di Osborne e canta al pianoforte Vedrai vedrai di Luigi Tenco. Che succede? Che la commissione viene stregata dalla sua esuberanza. Ammesso. Roba da non crederci, ripete lui ancora oggi. Ci credono e ci hanno sempre creduto eccome i suoi insegnanti. Gente come Franca Nuti, Gianfranco Mauri, Mina Mezzadri, Massimo Castri, Virginio Mazzolo. Gente che se ne intende di talenti in erba. Durante il triennio della scuola Claudio studia Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski. Li studia e diventa Claudio Bisio. Dalla comune del teatro allo schermo piccolo e grande della televisione e delle sale cinematografiche. Il Claudio di Zelig che sketcha con Vanessa Incontrada lo conosciamo tutti. Claudio è questo. Ma non solo...

(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)

mercoledì 9 aprile 2008

Diamo i numeri / MARZO 08

Morti bianche
Italia prima in Europa

Abbiamo avuto non poche difficoltà a scrivere questo pezzo. Perché ogni volta che lo stavamo per chiudere, siamo stati costretti a riaprirlo. Poi a chiuderlo, e poi ancora riaprirlo. Perché le morti bianche degli ultimi mesi non sono cose che succedono, ma cose che si succedono. Senza nemmeno darci il tempo di fare il macabro calcolo: i sette operai arsi nel rogo della fabbrica torinese ThyssenKrupp; i cinque soffocati all’interno di un’autocisterna di zolfo a Molfetta; il giovane precipitato da una nave a circa venti metri di altezza nel porto di Genova; ancora nel torinese, l’uomo colpito allo stomaco da un pistone spuntato improvvisamente dalla pressa; infine, l’operaio travolto sui binari da un treno in un cantiere milanese. Noi scriviamo infine, con la speranza che sia davvero la fine di un conteggio che somiglia ad un bollettino di guerra. Tra i tanti possibili, l’Italia non poteva agguantare primato più tragico, il primato dei decessi sul lavoro: nel nostro paese il numero delle morti bianche, seppure in calo rispetto agli anni scorsi, è diminuito meno che nel resto d'Europa.

Tra il 1995 e il 2004 da noi il calo registrato è stato pari al 25,49%, mentre nella media europea la flessione è stata pari al 29,41. La riduzione è più accentuata in Germania, dove il numero di vittime si è quasi dimezzato (-48,3%), e in Spagna dove si è registrato un decremento del 33,64 per cento. I risultati sono stati resi noti dall'Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) al Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Nella relazione si sottolinea anche come si intervenga quasi sempre a cose fatte e raramente a livello di prevenzione. Nelle cifre ufficiali non sono compresi gli incidenti che non vengono denunciati da chi lavora in nero: secondo l'Inail (Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), si verificherebbero almeno 200mila casi. Possono preparare tutti i pacchetti-sicurezza che vogliono, ma se si continua ad investire così poco sulle attività di prevenzione e di controllo saremo costretti ad aggiornare questo articolo all’infinito.
(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)

martedì 8 aprile 2008

La solidarietà non ha colore

Il cantante colombiano, autore della contestata La camisa negra, s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo
Juanes si sbottona la camisa
e dà ritmo al sociale
Adora lo sport, in particolare il calcio “che sa unire la gente”


Mannaggia a quel titolo un po’ così. A quella “camicia nera” che gli ha procurato la fama di fascistone. Vabbè, diciamocela tutta: con la malizia politica che c’è in giro, se le è proprio andata a cercare. Ma va sempre in questa maniera quando hai la coscienza a posto e sei incosciente a ciò che vai incontro. Juan Estebán Aristizábal Vásquez, per farla breve Juanes, ha incontrato il successo due anni fa a Lipsia durante la cerimonia dei Mondiali tedeschi di calcio, accompagnando a colpi di mandolino la sua hit La camisa negra. Abbiamo capito bene, “camisa negra”? Sì, avete capito benissimo. Tradotto, camicia nera. Anche se non serve una laurea in lingue per capirlo. E nemmeno quella in storia per avere certi sospetti. Infatti, puntualmente, piovono critiche. Già esultavano alcuni nostalgici, illusi di aver finalmente trovato un’ode al regime riadattata ai giorni nostri. Gioia che dura poco...
(clicca qui per leggere l'intero articolo)
CV di Juanes

mercoledì 2 aprile 2008

Fenomeno senza età

L’ex campione italiano di pallavolo ci parla del suo impegno per i bambini
Andrea Lucchetta, solidarietà oltre della rete
“Io testimone, non testimonial. E bisogna diffidare da chi usa il tuo nome”


Fa parte della generazione dei fenomeni. Quella dei Zorzi, dei Gardini, dei Cantagalli, dei Tofoli, dei Pasinato, degli eccetera eccetera. E non se la prenda chi non è stato menzionato, perché una pagina soltanto non basterebbe per raccontare le gesta di tutti i campionissimi classe ’60 della pallavolo italiana. Ecco, Andrea Lucchetta, Treviso 1962, è stato uno di questi fenomeni. E a lui dedichiamo le colonne seguenti. Non gli chiediamo come faccia ogni mattina a sistemare la sua chioma in diagonale con cotanta precisione geometrica, perché con pettine e gel è ancora un fenomeno. Non gli chiediamo nemmeno come sia arredato il suo salotto, perché con tutti quei trofei vinti in carriera intuiamo che non ci sia più spazio nemmeno per i mobili. Gli chiediamo invece se gli piace il sociale. Domanda scontata: Andrea ha a che fare con la solidarietà praticamente da sempre e gli piace da matti. C’è poco da scherzare in questo campo. Dove la rete non è quella che divide in due il rettangolo di gioco, ma quella che divide e basta. In parole povere, vogliamo sapere la sua sul concetto di discriminazione...

lunedì 1 gennaio 2007

Rino o Ringhio è sempre lui

Gennaro Ivan Gattuso è nato a Corigliano Calabro il 9 gennaio 1978. Dal ’99 gioca nel Milan, con cui ha vinto uno scudetto, due Champions League, due Supercoppe europee, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Titolare della Nazionale italiana (con la quale ha debuttato nel 2000), è diventato Campione del Mondo ai Mondiali di Germania 2006. Ha militato anche in Perugia, Glasgow Rangers e Salernitana. Centrocampista incontrista e di sostanza, fa dell’ardore agonistico e della esistenza atletica le sue armi migliori, tanto da essere stato soprannominato “Ringhio”. Gli amici lo chiamano più affettuosamente “Rino”.

lunedì 22 gennaio 2001

Dal teatro alla tv, sempre grandi risate

Claudio Bisio nasce a Novi Ligure (in provincia di Alessandria) il 19 marzo 1957. Debutta in palcoscenico nell’81 con la compagnia Teatro dell'Elfo a Milano. Grande successo riscuote l’adattamento per le scene di Monsieur Malaussene di Daniel Pennac, con il quale Bisio partecipa al Festival dei Due mondi di Spoleto nel ‘97. Nel ‘91 pubblica un 45 giri, Rapput, che scala rapidamente le classifiche di vendita. Nel ‘93 esce il suo primo libro Quella vacca di nonna papera. Molti i riconoscimenti anche al cinema: I Picari di Mario Monicelli, Scemo di guerra di Dino Risi, Strana la vita e I cammelli di Giuseppe Bertolucci, fino al riuscitissimo sodalizio stretto con Gabriele Salvatores. Insieme girano: Kamikazen ultima notte a Milano, Turné, Mediterraneo (Oscar come miglior film straniero nel ‘92), Sud, Puerto Escondido e Nirvana. Nel 1996 Bisio è diretto da Francesco Rosi ne La tregua, tratto da libro omonimo di Primo Levi (tra gli attori anche John Turturro, Stefano Dionisi e Massimo Ghini). Sul piccolo schermo Claudio Bisio partecipa a diverse trasmissioni comiche di successo: Cielito lindo, Facciamo cabaret, Mai dire gol, Francamente me ne infischio, Zelig. Tra i telefilm: Oscar per due diretto da Francesco Farina e Un giorno fortunato di Mario Martelli. Nel 2003 il conduttore torna assieme a Michelle Hunziker prima con Zelig Circus e poi con Zelig Off.

Testimoni e testimonial: Claudio Bisio

Il comico di Zelig da anni s’impegna nel campo della solidarietà.
E ci riesce con successo nonostante il lavoro non dia tregua:“basta un po’ di inventiva”
Il sociale è anche fantasia
“Cos’è la discriminazione? E’ il non rendersi conto che siamo tutti uguali”


Dici Zelig, pensi a Claudio Bisio. Dici Claudio Bisio, pensi alle sue gag, risate annesse. Teatro, tv, cinema. Attore, cabarettista, presentatore, doppiatore, cantante. Insomma, Claudio Bisio da Novi Ligure (ma milanese d’adozione) è il comico italiano più eclettico in circolazione. La sua pelata luccicante e la sua sana ironia dispensano buon umore dal lontano 1978 quando, senza grosse aspettative, tenta l'esame di ammissione alla scuola civica del Piccolo teatro di Milano. Il giovane Claudio porta un brano tratto da Look back in anger di Osborne e canta al pianoforte Vedrai vedrai di Luigi Tenco. Che succede? Che la commissione viene stregata dalla sua esuberanza. Ammesso. Roba da non crederci, ripete lui ancora oggi. Ci credono e ci hanno sempre creduto eccome i suoi insegnanti. Gente come Franca Nuti, Gianfranco Mauri, Mina Mezzadri, Massimo Castri, Virginio Mazzolo. Gente che se ne intende di talenti in erba. Durante il triennio della scuola Claudio studia Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski. Li studia e diventa Claudio Bisio. Dalla comune del teatro allo schermo piccolo e grande della televisione e delle sale cinematografiche. Il Claudio di Zelig che sketcha con Vanessa Incontrada lo conosciamo tutti. Claudio è questo. Ma non solo. Perché a lui i bambini, non solamente i suoi due figli, piacciono tanto. Troppo da non poter far nulla per loro. Tra le numerosissime iniziative di solidarietà, Claudio Bisio da cinque anni collabora con il CESVI, organizzazione umanitaria che opera in trenta paesi del Terzo Mondo per il sostegno dell'infanzia. Claudio Bisio è anche questo. O soprattutto questo.
Claudio, perché occuparsi del sociale?
“Non occuparsi del sociale credo sia impossibile! Noi siamo esseri sociali. Viviamo in una società, siamo immersi nel sociale, ne facciamo parte. Quindi, non occuparsene è paradossale. Vero è che non ho mai fatto un lavoro specifico e, nelle varie fasi di vita, il mio occuparmi del sociale ha assunto modalità diverse. Nei miei anni giovanili (gli anni ’70), ad esempio, il mio intervento nel sociale ha avuto come terreno privilegiato la scuola, ma anche la politica. E’ buffo pensare che a quasi quarant’anni di distanza, mi sono ritrovato ad occuparmi dei problemi della scuola, ma quella dei miei figli…”
Quali risultati hai conseguito con le associazioni di solidarietà a cui hai aderito?
“In alcuni casi il riscontro è stato immediato. Ad esempio, ricordo una serata che avevo fatto per l’acquisto di un paio di incubatrici speciali per il reparto di pediatria neo-natale di Varese… Nel giro di poco sono state acquistate. In altri casi, invece, il risultato è più a lungo termine. Ma voglio sempre verificare.”
Cosa intendi per “discriminazione”?
“Non rendersi conto che siamo davvero tutti uguali e aggrapparsi a dei privilegi che il caso ha voluto donarci.”

Possono i personaggi celebri di qualunque settore fare da traino per incentivare il pubblico ad impegnarsi nella solidarietà?
“Credo che i personaggi, in realtà, non servano a “fare da traino”. Il mio volto o la mia adesione può semplicemente contribuire a far sì che un progetto o un’iniziativa riesca ad avere più “appeal” per i media e quindi riuscire a dare risonanza all’iniziativa.”

Lavoro e, nel tempo libero, volontariato: si può, anche ad alti livelli professionali?
“Non è facile, ma credo di sì. Basta avere un po’ di fantasia…”
Claudio Bisio da anni spreme la sua fantasia e pur di fare sociale se le inventa tutte.


(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)

domenica 21 gennaio 2001

La sua famiglia, dolce melodia

Juan Estebán Aristizábal Vásquez, in arte Juanes, è nato a Medellín (Colombia) il agosto 1972. Inizia la sua carriera artistica a 15 anni nella sua città natale quando crea gli Ekhimosis, un gruppo metal che rimarrà unito per 12 anni con 5 album in carriera. Debutta da solista nel 1999 con la canzone Fíjate bien che gli frutta tre Latin Grammys: Migliore Artista Novità, Miglior Album Vocale da Solista e Miglior Canzone Rock. In Europa diventa famoso con La Camisa Negra, dall’album Mi sangre. Nei Latin Grammys del 2005 Juanes vince altri tre premi: Migliore Canzone Rock per Nada valgo sin tu amor, Miglior Album Rock da Solista per Mi sangre e Miglior Video Musicale per Volverte a ver. Nei suoi testi mescola i suoi timori, le sue aspirazioni, la sua sensibilità sociale, con l'amore intenso per la sua famiglia. Il tutto sopra le note della sua inseparabile chitarra elettrica.

La solidiarietà non ha colore

Il cantante colombiano, autore della contestata La camisa negra, s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo e si dedica ai bambini del suo Paese con Inter Campus
Juanes si sbottona la camisa e dà ritmo al sociale

Adora lo sport, in particolare il calcio “che in certi eventi unisce la gente”


Mannaggia a quel titolo un po’ così. A quella “camicia nera” che gli ha procurato la fama di fascistone. Vabbè, diciamocela tutta: con la malizia politica che c’è in giro, se le è proprio andata a cercare. Ma va sempre in questa maniera quando hai la coscienza a posto e sei incosciente a ciò che vai incontro. Juan Estebán Aristizábal Vásquez, per farla breve Juanes, ha incontrato il successo due anni fa a Lipsia durante la cerimonia dei Mondiali tedeschi di calcio, accompagnando a colpi di mandolino la sua hit La camisa negra. Abbiamo capito bene, “camisa negra”? Sì, avete capito benissimo. Tradotto, camicia nera. Anche se non serve una laurea in lingue per capirlo. E nemmeno quella in storia per avere certi sospetti. Infatti, puntualmente, piovono critiche. Già esultavano alcuni nostalgici, illusi di aver finalmente trovato un’ode al regime riadattata ai giorni nostri. Gioia che dura poco. Perché Juanes, appena decollata la polemica, decide di precisare che lui è tutto tranne che fascista e che la camicia nera è simbolo di lutto, del dolore che si prova quando finisce una storia d’amore.

Credetegli. E credetegli pure quando vi rivela che è un interista doc, come il suo grande amico Ivan Ramiro Cordoba, difensore della squadra milanese. Colombiano Juanes, colombiano Ivan. E vedi come la camiseta cambia colore, anzi ne aggiunge uno e diventa negrazzurra. Senza farlo apposta, Juanes ha sposato la causa degli Inter Campus in Colombia, che combattono la povertà e l’emarginazione: “Sono stato coinvolto quattro mesi fa, appena concluderò il mio tour negli Usa svilupperemo altro lavoro. In Colombia il calcio è molto seguito, come la musica: due mondi che, uniti, possono aiutare tanta gente”. Quando si dice che il calcio sudamericano è musica. Attenzione però. Nel sociale Juanes si è dato da fare ancor prima di scoprire gli Inter Campus: nel 2006 ha creato la fondazione Mi Sangre, “che s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo, che da noi in Colombia sono un problema molto grave. Avevo scritto una canzone sulle vittime delle mine e da lì mi invitarono a tenere concerti e incontri. Ho studiato e capito la portata della tragedia. Così mi sono impegnato con Mi Sangre che aiuta le vittime per la riabilitazione da un punto di vista educativo”.
Musica, calcio e impegno sociale. Del resto molte sue canzoni parlano “di affetti, di relazioni tra le persone e di questioni sociali che da noi sono molto sentite, soprattutto il problema dell’infanzia”. A proposito, dicono che vorresti dedicare il tuo prossimo disco ad un bambino: “Sì, ha 12 anni, si chiama John Ferney e vive a Sonson, vicino a Medellin. E’un giocatore fantastico e mi fa impazzire perché ha perso una gamba, ha attraversato la riabilitazione e ora gioca benissimo con la protesi. Lui è il perfetto esempio di cosa può fare lo sport per le persone e di quanti insegni a non mollare. Quando gli parlo è sempre felice e positivo”.

Juanes, che lo scorso marzo ha presentato a Milano il suo nuovo album La vida es un ratico ospitando Cordoba e altri giocatori dell’Inter, ci racconta che con lo sport ha sempre avuto un bel rapporto: “A scuola giocavo a calcio e a basket e ora amo correre. Mi piace quando lo sport unisce la gente, in certi grandi eventi è come se tutto il mondo si ritrovasse in un luogo, ricorda certe rappresentazioni religiose. Non mi piace se ci sono troppe polemiche e quando potere e soldi hanno il sopravvento. Succede spesso”. E lo dici a noi, formati al corso di calciopoli? Prima la classica, poi la metal: di chitarre Juanes ne ha cambiate parecchie. Ma il suo amore per la musica è rimasto lo stesso. Come quello per il sociale. Colore della camicia permettendo.

sabato 20 gennaio 2001

Fenomeno senza età

L’ex campione italiano di pallavolo ci parla del suo impegno per i bambini
Andrea Lucchetta, solidarietà oltre la rete

“Io testimone, non testimonial. E bisogna diffidare da chi usa il tuo nome”


Fa parte della generazione dei fenomeni. Quella dei Zorzi, dei Gardini, dei Cantagalli, dei Tofoli, dei Pasinato, degli eccetera eccetera. E non se la prenda chi non è stato menzionato, perché una pagina soltanto non basterebbe per raccontare le gesta di tutti i campionissimi classe ’60 della pallavolo italiana. Ecco, Andrea Lucchetta, Treviso 1962, è stato uno di questi fenomeni. E a lui dedichiamo le colonne seguenti. Non gli chiediamo come faccia ogni mattina a sistemare la sua chioma in diagonale con cotanta precisione geometrica, perché con pettine e gel è ancora un fenomeno. Non gli chiediamo nemmeno come sia arredato il suo salotto, perché con tutti quei trofei vinti in carriera intuiamo che non ci sia più spazio nemmeno per i mobili. Gli chiediamo invece se gli piace il sociale. Domanda scontata: Andrea ha a che fare con la solidarietà praticamente da sempre e gli piace da matti. C’è poco da scherzare in questo campo. Dove la rete non è quella che divide in due il rettangolo di gioco, ma quella che divide e basta. In parole povere, vogliamo sapere la sua sul concetto di discriminazione “che prende il sopravvento – spiega Andrea - quando vedi che dalla parte opposta c’è la volontà di mantenere il distacco. Un sentimento negativo che ha dimensioni storiche: il Cristianesimo, per esempio, sta pagando anni e anni di crociate, stiamo tornado indietro, verso una discriminazione al contrario”. Ragazzi, quel gran burlone di Lucchetta non ha proprio voglia di scherzare se si parla di emarginazione. Un disagio sociale che riguarda anche i bambini. Per Crazy Lucky, le creature più belle del mondo. Il suo hobby mattutino? Accompagnare i due figlioletti a scuola. Loro sì che sono fortunati. Ma tanti altri figli, accompagnati o no, a scuola nemmeno ci vanno. Il primo pensiero va quindi ai piccoli. Non solo un pensiero, ma un aiuto concreto: “Da più di quindici anni mi occupo dei problemi dell’infanzia. Visito diversi orfanotrofi ed è bello dimostrare a questi bambini che esisti, che sei vero, che sei uno di loro. Li fai giocare, li fai sorridere: basta poco per aprire il tuo e il loro cuore. Inoltre sostengo adozioni a distanza. E ultimamente sto dando assistenza ad un medico che cura alcuni bambini provenienti dal continente asiatico”.
Andrea, perché il sociale?
“Il mio modo di essere vicino al sociale sta in due tipi di aspetti: quello pubblico, ovvero la condivisione di messaggi, e quello personale, che però ci tengo a non dirlo a nessuno.”
A Teatri delle diversità puoi confessarlo…
“Mi dispiace, è una cosa molto personale. Ti posso solo dire che a mio avviso non basta metterci la faccia per fare solidarietà.”
Ci hai alzato la palla per una bella schiacciata: intendi dire che bisogna essere più testimoni che testimonial?
“Essere testimonial, far sì che altri utilizzino la mia immagine, non m’interessa. Testimone è qualcosa che devi capire e sposare fino in fondo, che deve essere in linea con la tua persona. Io mi sento testimone perché m’identifico in ogni progetto a cui scelgo di partecipare.”
Però ci sono molte associazioni che puntano solo a farsi pubblicità sfruttando i vostri nomi.
“Già, se ne sentono di tutti i colori. Bisogna stare davvero attenti e andare a vedere dove va a finire tutto il malloppo. Io condivido solo iniziative totalmente trasparenti dal punto di vista del bilancio, come Amnesty International. C’è da dire che avendo smesso di giocare ho molto più tempo per dedicarmi al sociale. Ma riesco a coinvolgere molti atleti in attività.”
Tra fenomeni di solidarietà ci s’intende.

domenica 3 gennaio 1999

Re Magno

Filippo Magnini (1,88 cm per 79 kg) nasce a Pesaro il 2 febbraio 1982. La sua specialità è lo stile libero. Il primo oro iridato nei 100 sl nella storia del nuoto italiano porta la sua firma: lo conquista a Montreal 2005 con un formidabile 48”12, seconda miglior perfomance di tutti i tempi, a soli 0”28 dal record di Pieter van den Hoogenband. Nel 2007 a Melbourne centra un altro oro, vincendo ex-aequo con Brent Hayden. E’ attualmente in forza alla Larus Nuoto, allenato da Claudio Rossetto. Nel suo ricco palmares, ecco i titoli più importanti: bronzo olimpico nella staffetta 4x200 sl ad Atene 2004, oro mondiale nei 100 sl a Montreal 2005, oro mondiale nei 100 sl a Melbourne 2007, argento mondiale nella staffetta 4x100 sl a Melbourne 2007.

sabato 2 gennaio 1999

Testimoni e testimonial: Filippo Magnini

Il 26enne campione mondiale di nuoto, prossimo alle Olimpiadi di Pechino,
parla del suo costante apporto all’Associazione Italiana contro le leucemie
Un tuffo nella solidarietà

“Una cosa è prestare il proprio volto, un’altra è partecipare attivamente”

I pesciolini lenti lui se li mangia cospargendoli di maionese, il suo cibo numero uno a pari merito con gli avversari. Peccati di gola del campione mondiale nei 100 stile libero. Classe ’82 e, manco a dirlo, segno Acquario. Filippo Magnini, detto “lo Squalo”, punta la pinna verso la Cina, dove ad agosto vuole centrare il suo primo oro olimpico (dopo i trionfi iridati di Montreal 2005 e Melbourne 2007) e diventare l’uomo anfibio più titolato nella storia del nuoto. Faccia da discolo, sorriso contagioso e soprattutto due spalle così. E pensare che da piccolo sua mamma lo buttò in piscina proprio perché era mingherlino e doveva mettere su massa. Prima stile rana, poi, a sedici anni, stile libero. Come una fiaba: il ranocchio si trasforma in uno squalo-principe. Anzi, re. Ha così inizio la leggenda del Re Magno, primo nuotatore italiano a portare a casa un oro mondiale.


Uno squalo feroce nella vasca, ma che fuori mostra tutto il suo cuore tenero e sensibile ai problemi sociali. Filippo Magnini condivide numerose iniziative di solidarietà, tra cui Gabnichi, una Onlus che porta il suo aiuto concreto nei Paesi del Terzo Mondo dove c’è ancora bisogno di infrastrutture come pozzi, asili e ospedali. Ma lo Squalo buono è soprattutto testimonial dell’A.I.L., associazione italiana contro le leucemie linfomi e mielosa, sezione di Pesaro, la sua città natale. “Di una cosa sono convinto, al di là della retorica: che qualunque gesto di beneficenza – sostiene Filippo - deve venire dal cuore. Ci sono tante associazioni che fanno del bene, persone che mettono la loro vita al servizio di altre. Credo che sia anche brutto pensare che persone più fortunate degli altri come gli sportivi possano esimersi dal dare una mano. Come me che sono un atleta, so che tutte le persone, magari non famose, che decidono di dedicare un po’ della loro vita alla solidarietà, lo fanno perché ci credono”.

Il Magno ci crede. Perché sa che le difficoltà della vita si trovano tutte fuori dalla piscina: “Gli sportivi sono persone fortunate, fanno quello che hanno sempre desiderato fare e devono quindi essere esempi di vita sana, di sacrifici e gioie; per questo credo che sia un ottimo accostamento quello tra campioni dello sport e iniziative a scopo benefico. Spero che si continui sempre per questa strada, perché gli sportivi sono o dovrebbero essere davvero un bell’esempio per tutti”. Già con la testa sott’acqua va più veloce di tutti, figuriamoci se Super Pippo riesce a stare lì, a bordo vasca, a guardare e basta: “A me fa molto piacere dare una mano come posso e capisco, per averne esperienza diretta come testimonial dell’A.I.C., quanto sia importante, troppo importante, anche il nostro coinvolgimento”.

Sì, perché una cosa è metterci la faccia, un’altra è a partecipare attivamente: “Certo, l’immagine e la fama di campione può contribuire ad avvicinare le persone in all’azione di solidarietà, ma non ritengo molto positivo prestare la propria faccia a mille associazioni, altrimenti sembra che il tuo unico e vero interesse sia quello di apparire ovunque. Meglio allora scegliere poche iniziative benefiche ma in queste dare il massimo del proprio apporto”. La Cina è vicina. Filippo Magnini va alla caccia del souvenir più prestigioso: la sua prima medaglia d’oro olimpica. Al suo ricco palmares manca solo quella. Intanto, mentre si rimpinza divorandosi pesciolini con maionese, gli assegniamo noi una bella medaglia. Per tutte le volte che si tuffa nel sociale.

(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)