fotoreportage in collaborazione con Eleonora Della Ratta
venerdì 9 novembre 2007
giovedì 8 novembre 2007
Chinatown Today: Come viaggiano i cinesi di Milano
in collaborazione con Eleonora Della Ratta, Marco Fallisi, Francesca Gallacci e Xi Xue
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martedì 6 novembre 2007
4° turno di Champions: Shaktar Donetks-Milan 0-3 Inzaghi, Kakà, Inzaghi
Inzaghi mette il Milan al calduccioScommettiamo che Nils Liedohlm, durante il primo tempo, se ne sia andato a fare un giretto per i campi del paradiso del calcio, talmente era annoiato? Sì, perché la partita contro lo Shakthar fino al quarantacinquesimo minuto sembrava un inferno senza fiamme: spettacolo fatti vedere, gioco senza brividi (anzi no, a Donetks si tremava dal freddo). Tutto l'opposto del calcio baroniano. Poi, dopo la pausa tisana, Ancelotti butta dentro un diavoletto immortale e il Milan torna paradisiaco come gli si addice in Champions. Vabbè, domanda stupida, vi diciamo subito di chi si tratta: quel diavolo di un attaccante è Filippo Inzaghi, tanto per cambiare. E lui cambia la partita con due timbri e un assist per Kakà. 62 volte Superpippo europeo. Da lassù Liedohlm, rientrato dalla passeggiata, non si sarà certamente perso la sua doppietta: tra uomini record (quello di Gerd Muller è a 7 lunghezze) ci si intende.
lunedì 5 novembre 2007
Mettete sul lato B
Calendario di Max, sfogliare dal retro
Musica per le orecchie, o meglio per gli occhi. Girate la cassetta, mettete sul lato B e scoprirete che per diventare famose non basta metterci la faccia. Le bellezze italiane sono tali sia davanti che didietro. Del resto un nastro lo si ascolta su entrambi i lati. Le polemiche di Miss Italia sembrano aver scatenato le fantasie degli appassionati di calendari, i cui occhi sono tutti puntati sul fondoschiena delle celebrità femminili. Tanto che il settimanale Max, che da 20 anni sforna lunari super-sexy, ha scoperto che la musica più gradita dai suoi lettori è proprio sul lato B e ha così deciso di pubblicare una carrellata di fotografie di sederi famosi. Perché a volte le cose le si fanno col… sedere.
Musica per le orecchie, o meglio per gli occhi. Girate la cassetta, mettete sul lato B e scoprirete che per diventare famose non basta metterci la faccia. Le bellezze italiane sono tali sia davanti che didietro. Del resto un nastro lo si ascolta su entrambi i lati. Le polemiche di Miss Italia sembrano aver scatenato le fantasie degli appassionati di calendari, i cui occhi sono tutti puntati sul fondoschiena delle celebrità femminili. Tanto che il settimanale Max, che da 20 anni sforna lunari super-sexy, ha scoperto che la musica più gradita dai suoi lettori è proprio sul lato B e ha così deciso di pubblicare una carrellata di fotografie di sederi famosi. Perché a volte le cose le si fanno col… sedere. E non è detto che le si facciano male. Ad esempio Michelle Hunziker è diventata famosa proprio dopo esser stata eletta Miss Fondoschiena grazie a una pubblicità in slip. Ma i sederi più belli di Max appartengono tutti a bellissime che hanno fatto successo nel piccolo e grande schermo: ci sono i retro di Elena Santarelli e Sara Tommasi. Sfilano i popò perfetti di Alena Seredova e Nina Moric. Non possono mancare due rappresentanti del partito delle veline, come quelli di Elisabetta Canalis e Giorgia Palmas. E poi ci sono quelli ormai celebri di Michelle Hunziker e di Alessia Marcuzzi. Insomma, uomini, abbassate lo sguardo.
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domenica 4 novembre 2007
11^ di campionato: Milan-Torino 0-0
Gilardino non infilza il ToroAdesso pure il Gila in fase di resurrezione è tornato a sbattere il muso contro la porta di casa. Due volte. Alla sagra dello spreco partecipa anche Inzaghi. Alla sagra del vittimismo c'è Galliani, a cui è rimasto qui il rigore su Ambrosini negato da Tagliavento. Il Toro ringrazia e si accaparra un punto prezioso. Il Milan invece, aspettando Ronaldo (convocato martedì per Donetsk), esce da San Siro con altri punti di sutura: la porta di casa continua a chiudersi in faccia ai padroni sfrattati.
Adriano, l’onore lasciato in tribuna

Se i record sono fatti per essere battuti, non tutti i record sono difficili da battere. Perciò Adriano non si abbatta e non si sbatta più di tanto: star seduto nella dorata zona vip a godersi partite come “La Partita” Juventus-Inter non è comodo? Comodissimo. Ma per chi è stato spedito lassù perché i propri comodi se li è fatti troppo a lungo, conseguire un record del genere è uno scherzo. Anche se Adriano di voglia di scherzare ne ha poca: in 8 giorni 3 biglietti in tribuna d’onore. L’onore che sembrava aver riacciuffato a Reggio Calabria, sfiorando di pelata la punizione di Figo quel che basta per tradurla in rete. L’onore che sembra aver abbandonato per sempre dentro la bomboniera dell’Olimpico di Torino, dove i suoi compagni si erano illusi con Cruz di essersi divorati la Juve. Mastica amaro l’Imperatore deposto. Domenica scorsa a Palermo, mercoledì in casa contro il Genoa, ieri sera a Torino contro i bianconeri: i settori vip se li è girati proprio tutti. Moratti è silente. Segno che gennaio è vicino. Segno che Fenerbahce, West-Ham e Manchester City, da tempo sulle tracce del brasiliano, non vengono affatto snobbati da vertici neroazzurri come destinazioni-liberazione per l’attaccante ormai “troppo” di troppo. Segno insomma che trattenerlo fino a luglio sarebbe un errore per giocatore e società. E siccome i record sono fatti per essere battuti, c’è bisogno di qualcuno che batta questo malinconico primato di posti riservati in tribuna. Qualcuno che non sia lo stesso Adriano.
mercoledì 31 ottobre 2007
10^ di campionato: Sampdoria-Milan 0-5 Kakà, Gilardino, Gilardino, Gourcuff, Seedorf
Gila è risorto, il Milan pureIn fin dei conti era solo una questione visiva. Ma vedere il Milan vegetare sulla colonna destra della classifica faceva un po' impressione. Da destra a sinistra. La politica non c'entra. O forse sì, perchè la politica estera dei rossoneri è efficace: non solo dalle gare di Champions, ma anche da quelle di campionato fuori dimora arrivano i risultati promessi in campagna elettorale, scusate, acquisti. Marassi pare porti bene: 3-0 contro il Genoa alla prima giornata, 5-0 contro la Sampdoria stasera grazie ad un Gilardino (doppietta e assist per Kakà) tornato quello per cui è valsa la pena sganciare 24 milioni di euro tre anni fa. Così sono 10 i punti ottenuti in 5 partite lontane da San Siro, la casa maledetta. Ora Ancelotti si dedichi seriamente alla politica interna.
lunedì 29 ottobre 2007
domenica 28 ottobre 2007
9^ di campionato: Milan-Roma 0-1 Vucinic
Vucinic sogna nell'incubo MilanEppure non è stato malaccio questo Milan visto contro la Roma. Le gambe non erano molli, i cross dalla fasce ogni tanto partivano, Gilardino mostrava più sicurezza (effetto doppietta anti-Shakhtar), a centrocampo non c'era quel buco dell'ozono dove domenica scorsa scorribandavano gli empolesi. Ma poi accade che su cross di Cicinho la marcatura di Nesta su Vucinic è un adesivo senza colla. Così il montenegrino di testa segna e continua a sognare dopo il gol contro lo Sporting. Poi accade che c’è cucchiaio e cucchiaino e De Rossi risparmia ai rossoneri un ko ancora più pesante facendo il cucchiaione: rigore alto sulla traversa. Magra consolazione. Il Milan, al 13° posto in classifica con 10 punti miseri e 3 sconfitte sul groppone, è liquefatto. Difficile da raccogliere anche con il cucchiaio.
mercoledì 24 ottobre 2007
3° turno di Champions: Milan-Shakhtar Donetsk 4-1 Gilardino, Gilardino, Lucarelli, Seedorf, Seedorf
Gila-Seedorf al quadrato, Shakhtar ko“Pronto Oliver, ciao sono Alberto. Ma lo sai che a Milanello hanno nostalgia di te? Prima Pippo, adesso tu: persino fra i ricordi devo sgomitare per un posto da titolare. E meno male che mi definiscono il futuro del Milan…”. “Non ti preoccupare, Alberto. Hai la testa dura, no? Bene, usala. Non come Zidane però. Guardati la videocassetta dei miei gol stagione '98/'99 e capirai cosa devi fare”. Alberto Gilardino ieri sera se lo sarà guardato attentamente quel nastro. E ha capito. Aggiungiamoci finalmente. Così dal Meazza lo Shakhtar Donetsk esce fracassato a colpi di testate. Quanto assomiglia al tedesco il Gila che fa il toro fra gli ucraini! Dottor Galliani, un suggerimento. Stop con l’ei fu, e schiacci play sul videoregistratore: ma le cassette di Bierhoff le faccia vedere ad Alberto prima di ogni partita. Pare che funzioni.
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domenica 21 ottobre 2007
8^ di campionato: Milan-Empoli 0-1 Saudati
Saudati manda il Milan all'infernoAmbrosini sale in cielo per capocciare un pallone (uno dei pochi) giunto a campanile in area contrastando Balli in uscita. Ambrosini sale in cielo per appoggiare un pallone vagante (uno dei tanti) a centrocampo vincendo il duello aereo con Marchisio. Ambrosini ha sui piedi il pallone (l'unico) del pareggio recapitatogli da Brocchi ma non approfitta e l'ex Saudati ringrazia. Insomma, fa tutto Ambrosini. Che sale in cielo, in piena solitudine. Nesta, Dida e compagnia bella stanno invece coi piedi per terra. E ci sprofondano, a -10 di altitudine dai cugini, che salgono in cielo sempre più in alto grazie alla pelata di Adriano. C'è chi sale, c'è chi scende. Sua santità Ambrosini scenda dal cielo: lassù da solo, con i compagni tutti giù per terra, è fatica sprecata.
domenica 14 ottobre 2007
Qualificazioni Euro 2008, 9° turno girone B: Italia-Georgia 2-0 Pirlo, Grosso
L'Italia dorme, Pirlo e Grosso no

Il tandem è quello mondiale: Pirlo-Grosso. 2-0, Georgia ko. Per il resto, il sabato sera genovese è da sbadigli. Sempre meglio che spaventi. Quindi non ci lamentiamo e teniamoci stretti questi tre punti che non solo solidificano il nostro secondo posto nel girone ma ci danno anche maggiore serenità (non tranquillità) di fronte all'imperativo categorico di vincere a Glasgow. Là ci si giocherà tutto, compresa la faccia. Sì, perchè dagli scozzesi non vogliamo altre carezze... Ma fortunatamente Buffon di mestiere fa il portiere (e lo fa meglio di tutti), non l'attore.
mercoledì 10 ottobre 2007
Mario Renato Capecchi: se il topino porta Nobel e salute
L'Italia apra sulle staminali embrionali: sono la via per combattere il cancro
Quando il dente da latte cade, sul letto spunta all’improvviso un topolino con in bocca una moneta che lascerà sotto il cuscino: il bimbo ha un molare o un incisivo in meno (che comunque rispunterà presto) ma un regalo in più. Lunedì 8 ottobre 2007 nel letto di Mario Renato Capecchi si è intrufolato un topo svedese con in bocca però non un soldino bensì il Premio Nobel per la medicina: capita che ci si scambi onorificenze fra colleghi. Sì, perché con i topi l’italo-americano Capecchi nel suo laboratorio ci lavora ogni giorno, come uno stilista con le top model. Ma in nome della ricerca scientifica. Così topi transgenici diventano modelli su cui studiare le malattie umane.
Una vita interamente dedicata a tagliare i geni di cellule staminali embrionali, a usarle per creare topi geneticamente modificati e a studiare l’origine di malattie come l’Alzheimer e il cancro: l’Accademia svedese delle scienze di Stoccolma ha premiato la sua dedizione alla causa dell’ingegneria genetica con il più alto riconoscimento, condiviso con l’inglese Martin Evans e l’americano Oliver Smithies.
Il Nobel per la medicina assegnato al settantenne Capecchi (il sesto italiano a riceverlo dopo Golgi, Bovet, Luri, Dulbecco e la Montalcini) è un elogio a chi è finalmente riuscito a scoperchiare quello che per molti è un vaso di Pandora. Niente demoni invece. Perché le cellule staminali animali rappresentano la via maestra per combattere il cancro. Negli Stati Uniti, dove Capecchi lavora, queste ricerche (per le quali viene investito il 90% dei fondi) sono consentite nonostante Bush tenti invano di vietarle. In Italia guai a te: no secco. Con annessa classica strumentalizzazione politica da sinistra a destra. Se poi si parla di staminali umane, ecco che la fiamma divampa.
Tuttavia dal dibattito sull’impiego embrionale emerge che non vi è divisione solo fra sì e no: anche il sì ha le sue sfumature. Tra chi infatti ritiene siano sufficienti le sole staminali adulte per curare malattie gravi come tumori, l’Alzhaimer o il diabete, e chi sia necessario scommettere anche su quelle embrionali, s’interpongono i “mediani” secondo cui la ricerca sulle staminali embrionali sarebbe legittimata dall’utilizzo esclusivo degli gli embrioni in sovrannumero. Quelli destinati impietosamente alla spazzatura. Umberto Veronesi, oncologo ed ex-ministro, da anni sostiene che nei centri italiani esistono embrioni sovrannumerari prenotati alla morte e che invece sarebbero estremamente utili alla ricerca scientifica. La bioetica italiana si ravveda e pensi nelle singole situazioni concrete, aggiornandosi costantemente: i tempi cambiano. E forse è cambiata anche la favoletta del topino con il soldino in bocca. Oggi i topini portano il premio Nobel. E soprattutto la salute.
Quando il dente da latte cade, sul letto spunta all’improvviso un topolino con in bocca una moneta che lascerà sotto il cuscino: il bimbo ha un molare o un incisivo in meno (che comunque rispunterà presto) ma un regalo in più. Lunedì 8 ottobre 2007 nel letto di Mario Renato Capecchi si è intrufolato un topo svedese con in bocca però non un soldino bensì il Premio Nobel per la medicina: capita che ci si scambi onorificenze fra colleghi. Sì, perché con i topi l’italo-americano Capecchi nel suo laboratorio ci lavora ogni giorno, come uno stilista con le top model. Ma in nome della ricerca scientifica. Così topi transgenici diventano modelli su cui studiare le malattie umane. Una vita interamente dedicata a tagliare i geni di cellule staminali embrionali, a usarle per creare topi geneticamente modificati e a studiare l’origine di malattie come l’Alzheimer e il cancro: l’Accademia svedese delle scienze di Stoccolma ha premiato la sua dedizione alla causa dell’ingegneria genetica con il più alto riconoscimento, condiviso con l’inglese Martin Evans e l’americano Oliver Smithies.
Il Nobel per la medicina assegnato al settantenne Capecchi (il sesto italiano a riceverlo dopo Golgi, Bovet, Luri, Dulbecco e la Montalcini) è un elogio a chi è finalmente riuscito a scoperchiare quello che per molti è un vaso di Pandora. Niente demoni invece. Perché le cellule staminali animali rappresentano la via maestra per combattere il cancro. Negli Stati Uniti, dove Capecchi lavora, queste ricerche (per le quali viene investito il 90% dei fondi) sono consentite nonostante Bush tenti invano di vietarle. In Italia guai a te: no secco. Con annessa classica strumentalizzazione politica da sinistra a destra. Se poi si parla di staminali umane, ecco che la fiamma divampa.
Tuttavia dal dibattito sull’impiego embrionale emerge che non vi è divisione solo fra sì e no: anche il sì ha le sue sfumature. Tra chi infatti ritiene siano sufficienti le sole staminali adulte per curare malattie gravi come tumori, l’Alzhaimer o il diabete, e chi sia necessario scommettere anche su quelle embrionali, s’interpongono i “mediani” secondo cui la ricerca sulle staminali embrionali sarebbe legittimata dall’utilizzo esclusivo degli gli embrioni in sovrannumero. Quelli destinati impietosamente alla spazzatura. Umberto Veronesi, oncologo ed ex-ministro, da anni sostiene che nei centri italiani esistono embrioni sovrannumerari prenotati alla morte e che invece sarebbero estremamente utili alla ricerca scientifica. La bioetica italiana si ravveda e pensi nelle singole situazioni concrete, aggiornandosi costantemente: i tempi cambiano. E forse è cambiata anche la favoletta del topino con il soldino in bocca. Oggi i topini portano il premio Nobel. E soprattutto la salute.(articolo pubblicato su All'ombra del Rodes - ottobre 07)
domenica 7 ottobre 2007
7^ di campionato: Lazio-Milan 1-5 Ambrosini, Mauri, Kakà (r), Kakà, Gilardino, Gilardino
In un Milan a forza 5 riemerge GilardinoToh, chi si rivede. Non segnava dalla magica notte di semifinale di Champions in cui la stella del Manchester veniva spenta definitivamente da quella sua fuga solitaria fra le braccia di Van der Sar: destro in corsa, 3-0 ed esultanza con gli indici rivolti verso il cielo, come fa Kakà. Copyright violato (c'è una vera e propria cultura sulla maniera di festeggiare un gol e i giocatori sono gelosissimi della propria), ma chi se ne frega: ben venga che Gila fotocopi il brasiliano, se non nei gol, almeno nel modo di gioire. Tradotto: l'importante è che la metta dentro. Traduzione sospesa per sei mesi. Poi, dall'onda rossonera a forza 5 che ha travolto l'Olimpico biancoceleste, ecco Gila riemergere ed imitare Kakà: doppietta per entrambi, giorno della liberazione per Alberto. Che però non ha esultato alla Kakà. Ma chi se ne frega.
...e un grazie rossonero va a lui...
Gimme five, Muslera!
La coppia Stendardo-Cribari non è certo l’invalicabile limes dell’impero romano: per mettere il naso oltre il confine prima e il sedere sul trono poi, i barbari ci misero due secoli. Per resuscitare Gilardino ed incoronarlo re per una notte (non per una notte soltanto, si augurano i tifosi milanisti), Fernando Muslera ci ha messo una mezz’ora e tutto il suo imbarazzante repertorio: tre interventi suicida e l’Olimpico biancoceleste si sgretola dal di dentro. Al 13’ rovina sulle ginocchia di Gilardino ma viene graziato dal duetto arbitro-guardalinee. E’ il presagio del suicidio. Tre minuti dopo dall’out di sinistra Ambrosini si domanda: crosso o tiro? Muslera gli toglie ogni dubbio: prego, tira pure. Perché lui intanto esce dall’area piccola e se ne va a caccia di vampiri in questa sua notte horror: la cometa tracciata dal centrocampista rossonero lo scavalca e dagli spalti grandinano fischi. Al 32’ Gilardino si rifà vivo
dalle sue parti, Muslera lo butta giù: stavolta niente sconti, è rigore, Kakà trasforma. Non solo gite fuori porta per l’estremo difensore di Montevideo, ma anche tunnel che nemmeno i più appassionati sostenitori della Tav sognano: Kakà ci passa dentro come un espresso e siamo 3-1. Poi Gila, il re barbaro, cammina sopra le macerie dell’area laziale e la doppietta della resurrezione è servita.
dalle sue parti, Muslera lo butta giù: stavolta niente sconti, è rigore, Kakà trasforma. Non solo gite fuori porta per l’estremo difensore di Montevideo, ma anche tunnel che nemmeno i più appassionati sostenitori della Tav sognano: Kakà ci passa dentro come un espresso e siamo 3-1. Poi Gila, il re barbaro, cammina sopra le macerie dell’area laziale e la doppietta della resurrezione è servita. Il Milan bussa, Muslera spalanca. Povero Fernando Muslera, il portiere con il biberon (ha da poco compiuto 21 anni). E’ giunto ad agosto a Roma in fretta e furia dal Nacional Montevideo per sostituire Carrizo (mancato per colpa del sangue svizzero che scorre nelle sue vene) e per non far rimpiangere il dinosauro Peruzzi (in profumo Milan). Lotito lo ha strappato alla concorrenza di Inter, Juventus, Arsenal e Benfica sborsando 3 milioni di euro. Per lui aveva garantito Daniel Fonseca, affascinato dalle sue imprese in Coppa Libertadores. Forse quelle imprese le ha lasciate in Sudamerica. Ieri sera il giovanissimo numero uno laziale non avrà vissuto un’esperienza inedita (“mi è già successo di prendere molti gol in una sola partita, devo solo adattarmi alla A il più presto possibile), ma di certo nei panni di un naufrago travolto da un’onda forza 5 non ci era mai stato. Gimme five, Muslera.
giovedì 4 ottobre 2007
La mia Dottoressa...
...ora prendi la mia mano
e spicchiamo il volo!
L'uomo era una sfera che rotolava appoggiandosi sui quattro arti.
Un giorno volle sfidare Zeus e scalò l'Olimpo.
Il dio punì la sua superbia e lo divise in due parti.
L'amore è nostalgia dell'unità perduta,
la ricerca della propria metà.
Platone (Simposio)
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mercoledì 3 ottobre 2007
2° turno di Champions League: Celtic-Milan 2-1 McManus, Kakà (r), McDonald
Da McDonald boccone amaro per il MilanIl petardo, quello dell’Euroderby 2005, non fu una carezza. Ma la carezza scozzese no, non è un petardo. Lui respinge (male) il tiro di Brown e fa recapitare sul destro di McDonald il pallone letale del 2-1. Lui simula (male) di essere sul punto dell’estrema unzione quando un tifoso festante entra in campo e alla Pierino gli rifila un buffetto alla mascella. Che fa male, tanto male. O almeno così lui fa sembrare. Lui, Nelson Dida, ha fatto bene una sola cosa: con la sceneggiata da moribondo è riuscito a far dimenticare che il Milan di questi tempi è più nero che rosso. Una dimenticanza che però dura pochi minuti. Perché poi, svanito il dolore (per la sberla, meglio, per la sberla della sconfitta), tutti si ricordano che c’è qualcosa che proprio non va in questa squadra, in campionato e ora anche in Champions. Il mal di stomaco continua. Non solo da McDonald.
domenica 30 settembre 2007
6^ di campionato: Milan-Catania 1-1 Martinez, Kakà
Cerchi il Milan trovi Mister XNon è più solo. Se Gilardino teme i fischi che diluviano puntuali dagli spalti del Meazza, si consoli: la sindrome casalinga affligge anche i suoi compagni. Perché tutto il Milan nel suo salotto ha smarrito la vittoria sotto il divano. Così va sotto con il Catania, che potrebbe persino strizzare l’occhio ai tre punti se non fosse per Kakà che dagli undici metri non inciampa mai. E il Catania diventa un’altra croce (la quarta) da segnare sulla grigia agenda rossonera. Al Milan, evidentemente piace fare un passo, ops, un punto alla volta.
venerdì 28 settembre 2007
Dance commerciale: nostalgia da 90
Orecchiabile. Filastrocheggiante. Scandiva i movimenti delle labbra canterine. Stimolava l'ondeggiamento dei fianchi. Esortava a battere il piedino sul pavimento per tenere il ritmo. Faceva muovere anche i fondoschiena più pigri. In poche parole, faceva ballare. La dance commerciale anni Novanta era contagiosa: piaceva ai piccini, ai giovani, a coloro che volevano fare i giovani ma non lo erano più ormai da tempo. Piaceva a tutti, anche a chi odiava "quella musica stupida e tutta uguale".
In discoteca, quando il dj la suonava, era puro delirio. E il sabato sera tutti giù in pista, a trascinare l'altro via dalla poltroncina del privè. Poi durante la settimana, schiacciavi on sulla radio per ascoltare i brani più ballati del weekend.
La musica dance commerciale era tutto questo. E non aveva la pretesa di affascinare per le sue parole, così banali e così maccheronicheggianti nel loro pessimo inglese. La dance voleva solo far muovere, sudare, scatenare. Con il suo ritmo incalzante, con le sue melodie elementari ma al tempo stesso così efficaci che ti rimanevano nell'orecchio tutto il giorno ed eri quasi costretto a canticchiarle per rimanere con il pensiero là, alla travolgente serata in discoteca "dove il dj mixava da dio".
Tell me why, Prezioso feat. Marvin. Il tormentone dell'estate '99. La cantavano tutti in spiaggia. La sentivi nel chioschetto. La fischiettava anche il mio vicino di sdraio che era un uomo maturo, 75 anni. Tell me why, il primo vero grande successo dei fratelli Prezioso, che ingaggiarono come vocalist l'allora sconosciuto Marvin: bella voce, inglese da lacrime, esibizionismo da circo. Ma il brano mi faceva impazzire, perchè quando veniva fatto girare in consolle tutti si abbracciavano in cerchio e, saltellando, urlavano a squarciagola: "TELMIIUAAAAAAIUONLOOOV,UAAAAMALOV!!!!!!!"... Felicità psichedelica.
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mercoledì 26 settembre 2007
5^ di campionato: Palermo-Milan 2-1 Seedorf, Diana, Miccoli
Siluro di Miccoli e il Milan sprofondaCi ha pensato il Maradona del Salento a porre fine ad una pareggite che in casa rossonera si stava facendo acuta. Sconfitta immeritata. Vedi l'arrembante mezz’ora iniziale con tocchi di prima e con la quarta ingranata. Vedi le due traverse Seedorf-Pirlo. Vedi l’aggiustatina spalla/braccio di Amauri che manda in gol Diana comodo comodo. Vedi i guantoni di Kalac che sono sempre gli stessi, cioè bucati. Insomma, vedi tutto questo. Intanto dalle parti di Inter e Roma, cioè dalla vetta, il Milan lo si vede sempre di meno.
domenica 23 settembre 2007
4^ di campionato: Milan-Parma 1-1 Seedorf, Pisanu
Se non è Champions non è MilanFiorentina, Siena, ieri sera il Parma: mettiamoci sopra un'altra X. Dopo il terzo pareggio consecutivo in campionato sarebbe troppo facile dire che i rossoneri in Italia si deprimono mentre in Europa si esaltano. Ma l'Italia non è mica in Europa? Ancelotti dia ripetizioni di geografia ai suoi.
giovedì 4 gennaio 2007
L'onorevole erede di Mike
Gerry Scotti, pseudonimo di Virginio Scotti, è nato a Miradolo Terme il 7 agosto 1956. Tra i programmi da lui condotti: Chi vuol essere milionario?, Passaparola, La corrida e Smile. Si è occupato anche di politica: nel 1987 Scotti fu eletto deputato nelle file del Partito Socialista Italiano, allora guidato da Bettino Craxi. Viene Considerato l'erede di Mike Bongiorno. Ha inoltre recitato in due sit-com televisive, Io e la mamma con Delia Scala e Finalmente soli con Maria Amelia Monti, e in due fiction televisive assieme a Lino Banfi, Il mio amico Babbo Natale e Il mio amico Babbo Natale 2.
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Testimoni e testimonial: Gerry Scotti
Accendiamo un sorriso
“Sorriso”. E’ la tua risposta definitiva? La accendiamo? Accendiamola. Risposta esatta. Suvvia, la sapeva anche un bambino. Sì, perché bambino è sinonimo di sorriso. Perché un bambino dovrebbe solo sorridere, giocare. Vivere la sua infanzia ingenua e genuina. Invece no. Tanti, troppi bambini darebbero una risposta errata, diversa da “sorriso”. Perché non sanno cosa significa questa parola semplice semplice. Molti bambini in Italia però sorridono a vedere il suo pancione di cui va autoironicamente fiero. Lui piace ai bambini. Simpatico, buffo, con quel vocione da Babbo Natale: Gerry Scotti non è solo il papà di Chi vuol essere milionario o di Passaparola. Gerry Scotti è un po’ il papà di tutti i bambini, che s’incollano davanti alla tv ed esclamano indicando con il dito verso lo schermo: “guarda mamma, quello è il grande Gerry!”. In effetti, a guardarlo, il Gerry nazionale assomiglia un po’ ad un personaggio di un cartone animato. E al mondo fanciullesco, fatto di fantasia ma purtroppo anche di speranze negate, Scotti è molto vicino. Lui un figlio ce l’ha, Edoardo. Ed è un figlio fortunato. Partendo proprio dal suo Edoardo, Gerry ha capito che tutti i figli del mondo dovrebbero avere la possibilità di essere felici.
“In considerazione dei tanti, terribili problemi di molti bambini, ho cresciuto Edoardo alla scuola del non-privilegio - racconta Scotti - sa che ci sono tanti vantaggi ad avere un padre di successo, e per questo voglio che abbia gli occhi aperti su altre realtà. Gli racconto le mie visite negli ospedali dove c’è chi lotta per la vita. Altro che il giocattolo nuovo! E sono fiero che abbia sviluppato una grande sensibilità verso coetanei meno fortunati”. Dal 2003, anno della fondazione, Gerry Scotti è il prinicipale testimone-testimonial de La fabbrica del sorriso, iniziativa di solidarietà promossa da Mediafriends Onlus il cui obiettivo è raccogliere fondi a sostegno di Associazioni Onlus che operano in Italia e all’estero a favore dei bambini meno fortunati. Grazie alla generosità dei telespettatori, La fabbrica del sorriso ha raccolto in questi anni oltre 19 milioni di euro che sono stati destinati alla realizzazione di più di 50 progetti. Assistenza sociale, sanitaria e socio-sanitaria, beneficenza e istruzione e formazione: questi gli obiettivi de La fabbrica, che ha raggiunto i risultati previsti in agenda, tra cui l’incremento di équipe chirurgiche volanti (i “flying doctors”) per interventi d’emergenza nel Terzo Mondo: "Quest’anno gli enti beneficiari sono aumentati – sottolinea Scotti - c’è una “mappazza” di nomi che non finisce più! A parte gli scherzi, sono tutti affidabili, come il comitato che li ha selezionati”.
L’intento de La fabbrica del sorriso è operare a favore dei piccoli malati ristrutturando reparti di pediatria o creando nuove strutture, allestendo ambienti a misura dei piccoli affetti da disturbi dello sviluppo, offrendo assistenza medica e strutture scolastiche accessibili in Paesi sottosviluppati come Asia, Africa e Sudamerica, sostenendo la ricerca su malattie come la sclerodermia, fornendo interventi cardiochirurgici e di chirurgia plastica ricostruttiva nei Paesi d’origine dei malati e realizzando presto un ospedale aereo per interventi in volo. La fabbrica del sorriso è, come dice il nome, divertimento. E le puntate che ogni anno vanno in onda nel periodo di settembre si svolgono al Teatro Ventaglio Nazionale di Milano. A condurre, ovviamente, Gerry Scotti: “Regalare un po’ di divertimento è un bel modo per accompagnare la raccolta di denaro”. E chiarendo la sua posizione a proposito della beneficenza: “Prendo come regola le parole del Vangelo, ama il prossimo tuo, intendendo per prossimo anche chi ci sta davvero vicino, che potrebbe essere la pensionata del piano di sotto che non riesce ad arrivare a fine mese… In quanto signor Virginio Scotti, sono per il gesto di solidarietà fatto in silenzio, di cui parlo soltanto con mio figlio. Come Gerry Scotti, invece, cioè come personaggio pubblico, mi presto con gioia e con orgoglio a fare da “uomo-sandwich” a iniziative come questa”.
La beneficenza è serenità dell’anima. Per questo “se si riesce a farlo sorridendo, regalando momenti di allegria assieme a quelli di riflessione, tanto meglio: c’è già troppa televisione fatta di musi lunghi”. La risposta a questi musi lunghi? “Sorriso” è quella esatta. Accendiamola allora. E passate parola.
“Sorriso”. E’ la tua risposta definitiva? La accendiamo? Accendiamola. Risposta esatta. Suvvia, la sapeva anche un bambino. Sì, perché bambino è sinonimo di sorriso. Perché un bambino dovrebbe solo sorridere, giocare. Vivere la sua infanzia ingenua e genuina. Invece no. Tanti, troppi bambini darebbero una risposta errata, diversa da “sorriso”. Perché non sanno cosa significa questa parola semplice semplice. Molti bambini in Italia però sorridono a vedere il suo pancione di cui va autoironicamente fiero. Lui piace ai bambini. Simpatico, buffo, con quel vocione da Babbo Natale: Gerry Scotti non è solo il papà di Chi vuol essere milionario o di Passaparola. Gerry Scotti è un po’ il papà di tutti i bambini, che s’incollano davanti alla tv ed esclamano indicando con il dito verso lo schermo: “guarda mamma, quello è il grande Gerry!”. In effetti, a guardarlo, il Gerry nazionale assomiglia un po’ ad un personaggio di un cartone animato. E al mondo fanciullesco, fatto di fantasia ma purtroppo anche di speranze negate, Scotti è molto vicino. Lui un figlio ce l’ha, Edoardo. Ed è un figlio fortunato. Partendo proprio dal suo Edoardo, Gerry ha capito che tutti i figli del mondo dovrebbero avere la possibilità di essere felici.“In considerazione dei tanti, terribili problemi di molti bambini, ho cresciuto Edoardo alla scuola del non-privilegio - racconta Scotti - sa che ci sono tanti vantaggi ad avere un padre di successo, e per questo voglio che abbia gli occhi aperti su altre realtà. Gli racconto le mie visite negli ospedali dove c’è chi lotta per la vita. Altro che il giocattolo nuovo! E sono fiero che abbia sviluppato una grande sensibilità verso coetanei meno fortunati”. Dal 2003, anno della fondazione, Gerry Scotti è il prinicipale testimone-testimonial de La fabbrica del sorriso, iniziativa di solidarietà promossa da Mediafriends Onlus il cui obiettivo è raccogliere fondi a sostegno di Associazioni Onlus che operano in Italia e all’estero a favore dei bambini meno fortunati. Grazie alla generosità dei telespettatori, La fabbrica del sorriso ha raccolto in questi anni oltre 19 milioni di euro che sono stati destinati alla realizzazione di più di 50 progetti. Assistenza sociale, sanitaria e socio-sanitaria, beneficenza e istruzione e formazione: questi gli obiettivi de La fabbrica, che ha raggiunto i risultati previsti in agenda, tra cui l’incremento di équipe chirurgiche volanti (i “flying doctors”) per interventi d’emergenza nel Terzo Mondo: "Quest’anno gli enti beneficiari sono aumentati – sottolinea Scotti - c’è una “mappazza” di nomi che non finisce più! A parte gli scherzi, sono tutti affidabili, come il comitato che li ha selezionati”.
L’intento de La fabbrica del sorriso è operare a favore dei piccoli malati ristrutturando reparti di pediatria o creando nuove strutture, allestendo ambienti a misura dei piccoli affetti da disturbi dello sviluppo, offrendo assistenza medica e strutture scolastiche accessibili in Paesi sottosviluppati come Asia, Africa e Sudamerica, sostenendo la ricerca su malattie come la sclerodermia, fornendo interventi cardiochirurgici e di chirurgia plastica ricostruttiva nei Paesi d’origine dei malati e realizzando presto un ospedale aereo per interventi in volo. La fabbrica del sorriso è, come dice il nome, divertimento. E le puntate che ogni anno vanno in onda nel periodo di settembre si svolgono al Teatro Ventaglio Nazionale di Milano. A condurre, ovviamente, Gerry Scotti: “Regalare un po’ di divertimento è un bel modo per accompagnare la raccolta di denaro”. E chiarendo la sua posizione a proposito della beneficenza: “Prendo come regola le parole del Vangelo, ama il prossimo tuo, intendendo per prossimo anche chi ci sta davvero vicino, che potrebbe essere la pensionata del piano di sotto che non riesce ad arrivare a fine mese… In quanto signor Virginio Scotti, sono per il gesto di solidarietà fatto in silenzio, di cui parlo soltanto con mio figlio. Come Gerry Scotti, invece, cioè come personaggio pubblico, mi presto con gioia e con orgoglio a fare da “uomo-sandwich” a iniziative come questa”.
La beneficenza è serenità dell’anima. Per questo “se si riesce a farlo sorridendo, regalando momenti di allegria assieme a quelli di riflessione, tanto meglio: c’è già troppa televisione fatta di musi lunghi”. La risposta a questi musi lunghi? “Sorriso” è quella esatta. Accendiamola allora. E passate parola.
(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - gennaio 08)
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mercoledì 3 gennaio 2007
La pena di morte sta lentamente morendo
Stop ai boia. Che cambino mestiere. Così New York ha dato i numeri. Perché la pazzia dell’uomo sembra dirigersi, finalmente, verso il tramonto. 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni. Il 15 novembre scorso la terza commissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte. Per una volta, dobbiamo essere orgogliosi di noi stessi e della nostra tenacia (mica siamo solo bamboccioni!): chi ha voluto fortemente il passaggio del testo è stata l'Italia, che da ben 13 anni conduce la battaglia per la moratoria. I tre precedenti tentativi, nel 1994, nel 1999 e nel 2003, erano falliti. Ma chi la dura la vince. Così la risoluzione L29, presentata da Nuova Zelanda e Brasile, è stata depositata presso la Terza Commissione con l’inizio delle procedure di voto e con l'esame degli emendamenti.Il testo, che ha ottenuto due voti in più della maggioranza richiesta dei 97 necessari per raggiungere la maggioranza assoluta e che ora si trova sotto esame dell’Assemblea generale (dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre), chiede «la moratoria delle esecuzioni in vista della loro abolizione» e fa appello agli Stati che applicano la pena capitale a «ridurne progressivamente» l'uso e «il numero di delitti per i quali può essere imposta». Con un rinvio ai principi della carta delle Nazioni Unite e «richiamando» la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, la risoluzione chiede al segretario generale Ban Ki-moon di far rapporto sulla sua attuazione alla 63esima Assemblea Generale che si aprirà a New York nel settembre 2008. La risoluzione non è un documento vincolante, ma ha forte peso morale, tant'è che per due volte, nel 1994 e nel 1999, i Paesi del partito della pena di morte sono riusciti a far deragliare iniziative analoghe spaccando la coesione europea.
88 sono i paesi che fino ad oggi hanno abolito l’estrema esecuzione per tutti i reati. 11 si sono riservati solo la possibilità di applicarla per motivi eccezionali (soprattutto in tempo di guerra). 30 ne aggiunge Amnesty International: sono gli stati “abolizionisti di fatto”, così definiti in quanto negli dieci ultimi anni non hanno eseguito nessuna sentenza capitale, anche se prevista dalla loro legislazione. Secondo Robert Badinter, ministro della giustizia ai tempi dell'eliminazione della ghigliottina in Francia nel 1981, uno dei successi della battaglia abolizionista è stata l'istituzione della Corte penale internazionale, che rifiuta il patibolo. Che continua invece ad essere applicato in 68 paesi, tra cui la Cina, gli Stati Uniti, il Giappone, l'India e la maggior parte degli stati del Medio Oriente. Sempre Amnesty international rileva che almeno 2.148 prigionieri sono stati giustiziati in 22 paesi nel 2006 e 5.186 persone sono state condannate a morte. Si tratta di cifre sottostimate, poiché i paesi con il più elevato numero di esecuzioni, come la Cina, l'Iran o l'Arabia Saudita, occultano segretamente queste cifre agghiaccianti. Le aree in cui vengono emesse più sentenze di morte sono gli Stati Uniti, il Medio Oriente e l'Asia. La Cambogia, il Nepal e le Filippine sono gli unici paesi asiatici ad aver soppresso la pena capitale. Nell'ultimo decennio non è mai stata applicata né nello Sri Lanka né in Birmania (dove però è in corso un altro tipo di eliminazione dopo le ferree disposizioni del presidente Musharraf). E' però ancora in vigore nei due principali stati democratici del continente, India e Giappone.
Le esecuzioni brutalizzano tanto chi è coinvolto nel processo quanto la società che le mette in atto. Da nessuna parte viene dimostrato che la pena di morte riduca il crimine o la violenza politica. Paese dopo Paese, è usata, in modo sproporzionato, contro i poveri o contro le minoranze etniche. È frequentemente adoperata come strumento di repressione politica. È imposta e inflitta in modo arbitrario. È un castigo irrevocabile che ha come inevitabile conseguenza l'uccisione di persone spesso innocenti.
Ora si attende il voto definitivo da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu. Stop alla vendetta capitale, stop all’ultima ingiustizia: l’Italia è fiduciosa. Sarà una vittoria umanitaria che potremo sentire nostra.
(articolo pubblicato su All'ombra del Rodes - dicembre 07)
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lunedì 1 gennaio 2007
Rino o Ringhio è sempre lui
Gennaro Ivan Gattuso è nato a Corigliano Calabro il 9 gennaio 1978. Dal ’99 gioca nel Milan, con cui ha vinto uno scudetto, due Champions League, due Supercoppe europee, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Titolare della Nazionale italiana (con la quale ha debuttato nel 2000), è diventato Campione del Mondo ai Mondiali di Germania 2006. Ha militato anche in Perugia, Glasgow Rangers e Salernitana. Centrocampista incontrista e di sostanza, fa dell’ardore agonistico e della esistenza atletica le sue armi migliori, tanto da essere stato soprannominato “Ringhio”. Gli amici lo chiamano più affettuosamente “Rino”.
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Testimoni e testimonial: Gennaro Gattuso
La Calabria nel cuore
Ci perdoni Ligabue se per una volta non prendiamo spunto dalla sua famosa canzone Una vita da mediano: per raccontare la carriera di questo giocatore non ci sarebbe titolo più azzeccato. Ma siccome in molti, troppi, citano questo brano per parlare di qualunque centrocampista, che si mette umilmente al servizio della squadra, che morde le caviglie agli avversari, che cattura palloni mettendoci la gamba, insomma che si fa un mazzo così ad ogni partita senza magari ricevere gli applausi che merita (perché il suo è lavoro cosiddetto “oscuro”), stavolta noi ci staccheremo dal coro. Perché Gennaro Gattuso non è un centrocampista qualunque. Perché le sue giocate, seppur lontane da quelle talentuose di Kakà, strappano gli stessi applausi che piovono dagli spalti sul compagno brasiliano. Perché anche dopo il novantesimo minuto una standing-ovation se la meriterebbe ancora.
Battono le mani i ragazzi della Calabria. Quei ragazzi in difficoltà a cui Gattuso, tra un impegno calcistico e l’altro, pensa ogni giorno: dal 2003 presiede la Fondazione Forza Ragazzi Onlus, un’associazione creata per porgere un concreto sostegno, sociale ed economico, a ragazzi disagiati: “Mi sembra corretto fare qualcosa di importante – dice Gennaro, detto Gennarino o più semplicemente Rino - per i ragazzi meno fortunati di me per le persone che a mille chilometri di distanza da dove vivo, ma a centinaia di metri da dove sono nato e dove abitano ancora i miei, devono confrontarsi ogni giorno con le difficoltà e i problemi di chi vive in Calabria, in tutta la Calabria, non solo a Corigliano. E quindi è nata l’idea di fare qualcosa per loro. Non solamente strutture sportive e campi da gioco per i giovani, ma anche case famiglia per chi non si può permettere un tetto e tante altre cose ancora”.
L’obiettivo di questo progetto è “acquistare tutto il materiale necessario affinché i bambini possano essere accuditi al meglio, grazie anche al coinvolgimento di personale qualificato”. Ecco perché “una vita da mediano” sarebbe riduttiva: la vita di Rino è una vita da nostalgico. Una vita di chi ai ricordi è indissolubilmente legato. Lui, nato e cresciuto sulla marina ionica di Corigliano a Schiavonea, dove papà Franco lo allenava facendolo andare di corsa su e giù per le scale di casa, non poteva dimenticare chi non ha avuto la sua stessa fortuna: “Io vengo da una situazione difficile e so cosa vuol dire, so cosa significa. Non bisogna dimenticare le origini. Adesso che ho la possibilità di aiutare la mia gente, che la vita mi ha dato tanto, tanto voglio fare io attraverso questa Fondazione che offrirà tanti sorrisi ai calabresi”.
Dalle partite sulla spiaggia coi fusti della nafta come porte, alle colline di Perugia a soli 13 anni. Ai prati verdi della Scozia a 16 quando venne ingaggiato dai Glasgow Rangers, per poi rimpatriare a Salerno e spiccare il volo a Milano sponda rossonera. Scudetto, coppe, supercoppe. Più la Coppa del Mondo un anno fa. Eppure, dopo Berlino, Rino è rimasto quello di sempre, aglio olio e peperoncino, ovvero “uno che si emoziona per mille ricordi di quel mese straordinario, con più voglia e carica di prima, e che non scorda mai di essere partito da questa terra bella e difficile”. L’amore verso la sua Calabria è fedele, eterno. E sofferto. Perché trovare lavoro è dura quanto vincere tre Champions League di fila: “Per un ragazzo del Sud è meno dura di un tempo. Però io ho avuto la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di partire a 13 anni, anche se mia mamma non mi voleva lasciare partire per Perugia e io prendevo a calci la casa. Se il Sud avesse più strutture, non sarebbe necessario partire”. Verso i ragazzi Rino sente molta responsabilità, anzi “moltissima. So che mi vogliono emulare. Quindi, prima di tutto dico che nella vita il successo, la ricchezza, il Rolex, l'auto di lusso non sono valori. E poi cerco di stare attento ai particolari: avevo detto che per la Champions mi sarei fatto biondo con l'orecchino. Beh, era una sciocchezza e se potessi, mi toglierei il tatuaggio sul braccio".

Per la Fondazione di Rino parlano i numeri: nel 2007 sono stati raccolti 477 mila euro, di cui 81 mila ricavati grazie alla vendita del merchandising ufficiale della fondazione e alle offerte; 140 mila da altri progetti speciali come il libro “In Rino Veritas”, che traccia una biografia dell’atleta attraverso parole ed immagini inedite e, infine, il contributo derivante dall’impegno diretto dello stesso Rino in attività pubblicitarie e apparizioni, per la cifra considerevole di 256 mila euro. Tra le prossime iniziative della Fondazione vi è in programma la costruzione di un Centro educativo e sportivo a Corigliano Calabro che verrà messo a disposizione gratuitamente alle associazioni di volontariato locale per offrire ai ragazzi spazi di attività ludiche ed educative durante la giornata.
E non finisce qui. Rino aprirà un'azienda di molluschi, provando a restituire alla sua terra parte della fortuna costruita in questi anni. Il taglio del nastro è previsto per il prossimo 27 dicembre sempre a Schiavonea. L'azienda si chiamerà “Gattuso & Catalano” e sarà destinata alla depurazione e all'allevamento dei molluschi. L'intenzione di Gennaro non è quella di alimentare i propri profitti diversificando le attività, piuttosto quella di investire sulla gente di Calabria, dando una opportunità ai concittadini più giovani e disoccupati: “Era diverso tempo che, con la mia famiglia stavamo valutando la possibilità di mettere su un insediamento produttivo, un' attività industriale che in maniera concreta contribuisse a dare sollievo alla disoccupazione che rappresenta un problema atavico per Corigliano e per tutto il comprensorio. Con la Fondazione abbiamo ottenuto risultati di grandi rilievo aiutando le persone disagiate. Adesso a questo insostituibile strumento di solidarietà, abbiamo deciso di affiancare un' attività commerciale che dia lavoro così da stimolare il tessuto economico del comprensorio”.
Proprio come in campo, “Gattuso-quattro polmoni” abbassa la testa e non si ferma mai. Per questo la sua non è una vita solo da mediano: per la sua adorata Calabria Rino sgobba e suda oltre la linea del centrocampo.
Ci perdoni Ligabue se per una volta non prendiamo spunto dalla sua famosa canzone Una vita da mediano: per raccontare la carriera di questo giocatore non ci sarebbe titolo più azzeccato. Ma siccome in molti, troppi, citano questo brano per parlare di qualunque centrocampista, che si mette umilmente al servizio della squadra, che morde le caviglie agli avversari, che cattura palloni mettendoci la gamba, insomma che si fa un mazzo così ad ogni partita senza magari ricevere gli applausi che merita (perché il suo è lavoro cosiddetto “oscuro”), stavolta noi ci staccheremo dal coro. Perché Gennaro Gattuso non è un centrocampista qualunque. Perché le sue giocate, seppur lontane da quelle talentuose di Kakà, strappano gli stessi applausi che piovono dagli spalti sul compagno brasiliano. Perché anche dopo il novantesimo minuto una standing-ovation se la meriterebbe ancora.Battono le mani i ragazzi della Calabria. Quei ragazzi in difficoltà a cui Gattuso, tra un impegno calcistico e l’altro, pensa ogni giorno: dal 2003 presiede la Fondazione Forza Ragazzi Onlus, un’associazione creata per porgere un concreto sostegno, sociale ed economico, a ragazzi disagiati: “Mi sembra corretto fare qualcosa di importante – dice Gennaro, detto Gennarino o più semplicemente Rino - per i ragazzi meno fortunati di me per le persone che a mille chilometri di distanza da dove vivo, ma a centinaia di metri da dove sono nato e dove abitano ancora i miei, devono confrontarsi ogni giorno con le difficoltà e i problemi di chi vive in Calabria, in tutta la Calabria, non solo a Corigliano. E quindi è nata l’idea di fare qualcosa per loro. Non solamente strutture sportive e campi da gioco per i giovani, ma anche case famiglia per chi non si può permettere un tetto e tante altre cose ancora”.
L’obiettivo di questo progetto è “acquistare tutto il materiale necessario affinché i bambini possano essere accuditi al meglio, grazie anche al coinvolgimento di personale qualificato”. Ecco perché “una vita da mediano” sarebbe riduttiva: la vita di Rino è una vita da nostalgico. Una vita di chi ai ricordi è indissolubilmente legato. Lui, nato e cresciuto sulla marina ionica di Corigliano a Schiavonea, dove papà Franco lo allenava facendolo andare di corsa su e giù per le scale di casa, non poteva dimenticare chi non ha avuto la sua stessa fortuna: “Io vengo da una situazione difficile e so cosa vuol dire, so cosa significa. Non bisogna dimenticare le origini. Adesso che ho la possibilità di aiutare la mia gente, che la vita mi ha dato tanto, tanto voglio fare io attraverso questa Fondazione che offrirà tanti sorrisi ai calabresi”.
Dalle partite sulla spiaggia coi fusti della nafta come porte, alle colline di Perugia a soli 13 anni. Ai prati verdi della Scozia a 16 quando venne ingaggiato dai Glasgow Rangers, per poi rimpatriare a Salerno e spiccare il volo a Milano sponda rossonera. Scudetto, coppe, supercoppe. Più la Coppa del Mondo un anno fa. Eppure, dopo Berlino, Rino è rimasto quello di sempre, aglio olio e peperoncino, ovvero “uno che si emoziona per mille ricordi di quel mese straordinario, con più voglia e carica di prima, e che non scorda mai di essere partito da questa terra bella e difficile”. L’amore verso la sua Calabria è fedele, eterno. E sofferto. Perché trovare lavoro è dura quanto vincere tre Champions League di fila: “Per un ragazzo del Sud è meno dura di un tempo. Però io ho avuto la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di partire a 13 anni, anche se mia mamma non mi voleva lasciare partire per Perugia e io prendevo a calci la casa. Se il Sud avesse più strutture, non sarebbe necessario partire”. Verso i ragazzi Rino sente molta responsabilità, anzi “moltissima. So che mi vogliono emulare. Quindi, prima di tutto dico che nella vita il successo, la ricchezza, il Rolex, l'auto di lusso non sono valori. E poi cerco di stare attento ai particolari: avevo detto che per la Champions mi sarei fatto biondo con l'orecchino. Beh, era una sciocchezza e se potessi, mi toglierei il tatuaggio sul braccio".

Per la Fondazione di Rino parlano i numeri: nel 2007 sono stati raccolti 477 mila euro, di cui 81 mila ricavati grazie alla vendita del merchandising ufficiale della fondazione e alle offerte; 140 mila da altri progetti speciali come il libro “In Rino Veritas”, che traccia una biografia dell’atleta attraverso parole ed immagini inedite e, infine, il contributo derivante dall’impegno diretto dello stesso Rino in attività pubblicitarie e apparizioni, per la cifra considerevole di 256 mila euro. Tra le prossime iniziative della Fondazione vi è in programma la costruzione di un Centro educativo e sportivo a Corigliano Calabro che verrà messo a disposizione gratuitamente alle associazioni di volontariato locale per offrire ai ragazzi spazi di attività ludiche ed educative durante la giornata.
E non finisce qui. Rino aprirà un'azienda di molluschi, provando a restituire alla sua terra parte della fortuna costruita in questi anni. Il taglio del nastro è previsto per il prossimo 27 dicembre sempre a Schiavonea. L'azienda si chiamerà “Gattuso & Catalano” e sarà destinata alla depurazione e all'allevamento dei molluschi. L'intenzione di Gennaro non è quella di alimentare i propri profitti diversificando le attività, piuttosto quella di investire sulla gente di Calabria, dando una opportunità ai concittadini più giovani e disoccupati: “Era diverso tempo che, con la mia famiglia stavamo valutando la possibilità di mettere su un insediamento produttivo, un' attività industriale che in maniera concreta contribuisse a dare sollievo alla disoccupazione che rappresenta un problema atavico per Corigliano e per tutto il comprensorio. Con la Fondazione abbiamo ottenuto risultati di grandi rilievo aiutando le persone disagiate. Adesso a questo insostituibile strumento di solidarietà, abbiamo deciso di affiancare un' attività commerciale che dia lavoro così da stimolare il tessuto economico del comprensorio”.
Proprio come in campo, “Gattuso-quattro polmoni” abbassa la testa e non si ferma mai. Per questo la sua non è una vita solo da mediano: per la sua adorata Calabria Rino sgobba e suda oltre la linea del centrocampo.
(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - gennaio 08)
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lunedì 22 gennaio 2001
Dal teatro alla tv, sempre grandi risate
Claudio Bisio nasce a Novi Ligure (in provincia di Alessandria) il 19 marzo 1957. Debutta in palcoscenico nell’81 con la compagnia Teatro dell'Elfo a Milano. Grande successo riscuote l’adattamento per le scene di Monsieur Malaussene di Daniel Pennac, con il quale Bisio partecipa al Festival dei Due mondi di Spoleto nel ‘97. Nel ‘91 pubblica un 45 giri, Rapput, che scala rapidamente le classifiche di vendita. Nel ‘93 esce il suo primo libro Quella vacca di nonna papera. Molti i riconoscimenti anche al cinema: I Picari di Mario Monicelli, Scemo di guerra di Dino Risi, Strana la vita e I cammelli di Giuseppe Bertolucci, fino al riuscitissimo sodalizio stretto con Gabriele Salvatores. Insieme girano: Kamikazen ultima notte a Milano, Turné, Mediterraneo (Oscar come miglior film straniero nel ‘92), Sud, Puerto Escondido e Nirvana. Nel 1996 Bisio è diretto da Francesco Rosi ne La tregua, tratto da libro omonimo di Primo Levi (tra gli attori anche John Turturro, Stefano Dionisi e Massimo Ghini). Sul piccolo schermo Claudio Bisio partecipa a diverse trasmissioni comiche di successo: Cielito lindo, Facciamo cabaret, Mai dire gol, Francamente me ne infischio, Zelig. Tra i telefilm: Oscar per due diretto da Francesco Farina e Un giorno fortunato di Mario Martelli. Nel 2003 il conduttore torna assieme a Michelle Hunziker prima con Zelig Circus e poi con Zelig Off.
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Testimoni e testimonial: Claudio Bisio
Il comico di Zelig da anni s’impegna nel campo della solidarietà.
E ci riesce con successo nonostante il lavoro non dia tregua:“basta un po’ di inventiva”
Il sociale è anche fantasia
“Cos’è la discriminazione? E’ il non rendersi conto che siamo tutti uguali”
Dici Zelig, pensi a Claudio Bisio. Dici Claudio Bisio, pensi alle sue gag, risate annesse. Teatro, tv, cinema. Attore, cabarettista, presentatore, doppiatore, cantante. Insomma, Claudio Bisio da Novi Ligure (ma milanese d’adozione) è il comico italiano più eclettico in circolazione. La sua pelata luccicante e la sua sana ironia dispensano buon umore dal lontano 1978 quando, senza grosse aspettative, tenta l'esame di ammissione alla scuola civica del Piccolo teatro di Milano. Il giovane Claudio porta un brano tratto da Look back in anger di Osborne e canta al pianoforte Vedrai vedrai di Luigi Tenco. Che succede? Che la commissione viene stregata dalla sua esuberanza. Ammesso. Roba da non crederci, ripete lui ancora oggi. Ci credono e ci hanno sempre creduto eccome i suoi insegnanti. Gente come Franca Nuti, Gianfranco Mauri, Mina Mezzadri, Massimo Castri, Virginio Mazzolo. Gente che se ne intende di talenti in erba. Durante il triennio della scuola Claudio studia Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski. Li studia e diventa Claudio Bisio. Dalla comune del teatro allo schermo piccolo e grande della televisione e delle sale cinematografiche. Il Claudio di Zelig che sketcha con Vanessa Incontrada lo conosciamo tutti. Claudio è questo. Ma non solo. Perché a lui i bambini, non solamente i suoi due figli, piacciono tanto. Troppo da non poter far nulla per loro. Tra le numerosissime iniziative di solidarietà, Claudio Bisio da cinque anni collabora con il CESVI, organizzazione umanitaria che opera in trenta paesi del Terzo Mondo per il sostegno dell'infanzia. Claudio Bisio è anche questo. O soprattutto questo.
Claudio, perché occuparsi del sociale?
“Non occuparsi del sociale credo sia impossibile! Noi siamo esseri sociali. Viviamo in una società, siamo immersi nel sociale, ne facciamo parte. Quindi, non occuparsene è paradossale. Vero è che non ho mai fatto un lavoro specifico e, nelle varie fasi di vita, il mio occuparmi del sociale ha assunto modalità diverse. Nei miei anni giovanili (gli anni ’70), ad esempio, il mio intervento nel sociale ha avuto come terreno privilegiato la scuola, ma anche la politica. E’ buffo pensare che a quasi quarant’anni di distanza, mi sono ritrovato ad occuparmi dei problemi della scuola, ma quella dei miei figli…”
Quali risultati hai conseguito con le associazioni di solidarietà a cui hai aderito?
“In alcuni casi il riscontro è stato immediato. Ad esempio, ricordo una serata che avevo fatto per l’acquisto di un paio di incubatrici speciali per il reparto di pediatria neo-natale di Varese… Nel giro di poco sono state acquistate. In altri casi, invece, il risultato è più a lungo termine. Ma voglio sempre verificare.”
Cosa intendi per “discriminazione”?
“Non rendersi conto che siamo davvero tutti uguali e aggrapparsi a dei privilegi che il caso ha voluto donarci.”
Possono i personaggi celebri di qualunque settore fare da traino per incentivare il pubblico ad impegnarsi nella solidarietà?
“Credo che i personaggi, in realtà, non servano a “fare da traino”. Il mio volto o la mia adesione può semplicemente contribuire a far sì che un progetto o un’iniziativa riesca ad avere più “appeal” per i media e quindi riuscire a dare risonanza all’iniziativa.”
Lavoro e, nel tempo libero, volontariato: si può, anche ad alti livelli professionali?
“Non è facile, ma credo di sì. Basta avere un po’ di fantasia…”
Claudio Bisio da anni spreme la sua fantasia e pur di fare sociale se le inventa tutte.
E ci riesce con successo nonostante il lavoro non dia tregua:“basta un po’ di inventiva”
Il sociale è anche fantasia
“Cos’è la discriminazione? E’ il non rendersi conto che siamo tutti uguali”
Dici Zelig, pensi a Claudio Bisio. Dici Claudio Bisio, pensi alle sue gag, risate annesse. Teatro, tv, cinema. Attore, cabarettista, presentatore, doppiatore, cantante. Insomma, Claudio Bisio da Novi Ligure (ma milanese d’adozione) è il comico italiano più eclettico in circolazione. La sua pelata luccicante e la sua sana ironia dispensano buon umore dal lontano 1978 quando, senza grosse aspettative, tenta l'esame di ammissione alla scuola civica del Piccolo teatro di Milano. Il giovane Claudio porta un brano tratto da Look back in anger di Osborne e canta al pianoforte Vedrai vedrai di Luigi Tenco. Che succede? Che la commissione viene stregata dalla sua esuberanza. Ammesso. Roba da non crederci, ripete lui ancora oggi. Ci credono e ci hanno sempre creduto eccome i suoi insegnanti. Gente come Franca Nuti, Gianfranco Mauri, Mina Mezzadri, Massimo Castri, Virginio Mazzolo. Gente che se ne intende di talenti in erba. Durante il triennio della scuola Claudio studia Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski. Li studia e diventa Claudio Bisio. Dalla comune del teatro allo schermo piccolo e grande della televisione e delle sale cinematografiche. Il Claudio di Zelig che sketcha con Vanessa Incontrada lo conosciamo tutti. Claudio è questo. Ma non solo. Perché a lui i bambini, non solamente i suoi due figli, piacciono tanto. Troppo da non poter far nulla per loro. Tra le numerosissime iniziative di solidarietà, Claudio Bisio da cinque anni collabora con il CESVI, organizzazione umanitaria che opera in trenta paesi del Terzo Mondo per il sostegno dell'infanzia. Claudio Bisio è anche questo. O soprattutto questo.Claudio, perché occuparsi del sociale?
“Non occuparsi del sociale credo sia impossibile! Noi siamo esseri sociali. Viviamo in una società, siamo immersi nel sociale, ne facciamo parte. Quindi, non occuparsene è paradossale. Vero è che non ho mai fatto un lavoro specifico e, nelle varie fasi di vita, il mio occuparmi del sociale ha assunto modalità diverse. Nei miei anni giovanili (gli anni ’70), ad esempio, il mio intervento nel sociale ha avuto come terreno privilegiato la scuola, ma anche la politica. E’ buffo pensare che a quasi quarant’anni di distanza, mi sono ritrovato ad occuparmi dei problemi della scuola, ma quella dei miei figli…”
Quali risultati hai conseguito con le associazioni di solidarietà a cui hai aderito?
“In alcuni casi il riscontro è stato immediato. Ad esempio, ricordo una serata che avevo fatto per l’acquisto di un paio di incubatrici speciali per il reparto di pediatria neo-natale di Varese… Nel giro di poco sono state acquistate. In altri casi, invece, il risultato è più a lungo termine. Ma voglio sempre verificare.”
Cosa intendi per “discriminazione”?
“Non rendersi conto che siamo davvero tutti uguali e aggrapparsi a dei privilegi che il caso ha voluto donarci.”
Possono i personaggi celebri di qualunque settore fare da traino per incentivare il pubblico ad impegnarsi nella solidarietà?
“Credo che i personaggi, in realtà, non servano a “fare da traino”. Il mio volto o la mia adesione può semplicemente contribuire a far sì che un progetto o un’iniziativa riesca ad avere più “appeal” per i media e quindi riuscire a dare risonanza all’iniziativa.”
Lavoro e, nel tempo libero, volontariato: si può, anche ad alti livelli professionali?
“Non è facile, ma credo di sì. Basta avere un po’ di fantasia…”
Claudio Bisio da anni spreme la sua fantasia e pur di fare sociale se le inventa tutte.
(articolo pubblicato su Teatri delle Diversità - aprile 08)
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domenica 21 gennaio 2001
La sua famiglia, dolce melodia
Juan Estebán Aristizábal Vásquez, in arte Juanes, è nato a Medellín (Colombia) il agosto 1972. Inizia la sua carriera artistica a 15 anni nella sua città natale quando crea gli Ekhimosis, un gruppo metal che rimarrà unito per 12 anni con 5 album in carriera. Debutta da solista nel 1999 con la canzone Fíjate bien che gli frutta tre Latin Grammys: Migliore Artista Novità, Miglior Album Vocale da Solista e Miglior Canzone Rock. In Europa diventa famoso con La Camisa Negra, dall’album Mi sangre. Nei Latin Grammys del 2005 Juanes vince altri tre premi: Migliore Canzone Rock per Nada valgo sin tu amor, Miglior Album Rock da Solista per Mi sangre e Miglior Video Musicale per Volverte a ver. Nei suoi testi mescola i suoi timori, le sue aspirazioni, la sua sensibilità sociale, con l'amore intenso per la sua famiglia. Il tutto sopra le note della sua inseparabile chitarra elettrica.
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La solidiarietà non ha colore
Il cantante colombiano, autore della contestata La camisa negra, s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo e si dedica ai bambini del suo Paese con Inter Campus
Juanes si sbottona la camisa e dà ritmo al sociale
Adora lo sport, in particolare il calcio “che in certi eventi unisce la gente”
Mannaggia a quel titolo un po’ così. A quella “camicia nera” che gli ha procurato la fama di fascistone. Vabbè, diciamocela tutta: con la malizia politica che c’è in giro, se le è proprio andata a cercare. Ma va sempre in questa maniera quando hai la coscienza a posto e sei incosciente a ciò che vai incontro. Juan Estebán Aristizábal Vásquez, per farla breve Juanes, ha incontrato il successo due anni fa a Lipsia durante la cerimonia dei Mondiali tedeschi di calcio, accompagnando a colpi di mandolino la sua hit La camisa negra. Abbiamo capito bene, “camisa negra”? Sì, avete capito benissimo. Tradotto, camicia nera. Anche se non serve una laurea in lingue per capirlo. E nemmeno quella in storia per avere certi sospetti. Infatti, puntualmente, piovono critiche. Già esultavano alcuni nostalgici, illusi di aver finalmente trovato un’ode al regime riadattata ai giorni nostri. Gioia che dura poco. Perché Juanes, appena decollata la polemica, decide di precisare che lui è tutto tranne che fascista e che la camicia nera è simbolo di lutto, del dolore che si prova quando finisce una storia d’amore.
Juanes si sbottona la camisa e dà ritmo al sociale
Adora lo sport, in particolare il calcio “che in certi eventi unisce la gente”
Mannaggia a quel titolo un po’ così. A quella “camicia nera” che gli ha procurato la fama di fascistone. Vabbè, diciamocela tutta: con la malizia politica che c’è in giro, se le è proprio andata a cercare. Ma va sempre in questa maniera quando hai la coscienza a posto e sei incosciente a ciò che vai incontro. Juan Estebán Aristizábal Vásquez, per farla breve Juanes, ha incontrato il successo due anni fa a Lipsia durante la cerimonia dei Mondiali tedeschi di calcio, accompagnando a colpi di mandolino la sua hit La camisa negra. Abbiamo capito bene, “camisa negra”? Sì, avete capito benissimo. Tradotto, camicia nera. Anche se non serve una laurea in lingue per capirlo. E nemmeno quella in storia per avere certi sospetti. Infatti, puntualmente, piovono critiche. Già esultavano alcuni nostalgici, illusi di aver finalmente trovato un’ode al regime riadattata ai giorni nostri. Gioia che dura poco. Perché Juanes, appena decollata la polemica, decide di precisare che lui è tutto tranne che fascista e che la camicia nera è simbolo di lutto, del dolore che si prova quando finisce una storia d’amore. Credetegli. E credetegli pure quando vi rivela che è un interista doc, come il suo grande amico Ivan Ramiro Cordoba, difensore della squadra milanese. Colombiano Juanes, colombiano Ivan. E vedi come la camiseta cambia colore, anzi ne aggiunge uno e diventa negrazzurra. Senza farlo apposta, Juanes ha sposato la causa degli Inter Campus in Colombia, che combattono la povertà e l’emarginazione: “Sono stato coinvolto quattro mesi fa, appena concluderò il mio tour negli Usa svilupperemo altro lavoro. In Colombia il calcio è molto seguito, come la musica: due mondi che, uniti, possono aiutare tanta gente”. Quando si dice che il calcio sudamericano è musica. Attenzione però. Nel sociale Juanes si è dato da fare ancor prima di scoprire gli Inter Campus: nel 2006 ha creato la fondazione Mi Sangre, “che s’impegna nella lotta contro le mine antiuomo, che da noi in Colombia sono un problema molto grave. Avevo scritto una canzone sulle vittime delle mine e da lì mi invitarono a tenere concerti e incontri. Ho studiato e capito la portata della tragedia. Così mi sono impegnato con Mi Sangre che aiuta le vittime per la riabilitazione da un punto di vista educativo”.
Musica, calcio e impegno sociale. Del resto molte sue canzoni parlano “di affetti, di relazioni tra le persone e di questioni sociali che da noi sono molto sentite, soprattutto il problema dell’infanzia”. A proposito, dicono che vorresti dedicare il tuo prossimo disco ad un bambino: “Sì, ha 12 anni, si chiama John Ferney e vive a Sonson, vicino a Medellin. E’un giocatore fantastico e mi fa impazzire perché ha perso una gamba, ha attraversato la riabilitazione e ora gioca benissimo con la protesi. Lui è il perfetto esempio di cosa può fare lo sport per le persone e di quanti insegni a non mollare. Quando gli parlo è sempre felice e positivo”.
Juanes, che lo scorso marzo ha presentato a Milano il suo nuovo album La vida es un ratico ospitando Cordoba e altri giocatori dell’Inter, ci racconta che con lo sport ha sempre avuto un bel rapporto: “A scuola giocavo a calcio e a basket e ora amo correre. Mi piace quando lo sport unisce la gente, in certi grandi eventi è come se tutto il mondo si ritrovasse in un luogo, ricorda certe rappresentazioni religiose. Non mi piace se ci sono troppe polemiche e quando potere e soldi hanno il sopravvento. Succede spesso”. E lo dici a noi, formati al corso di calciopoli? Prima la classica, poi la metal: di chitarre Juanes ne ha cambiate parecchie. Ma il suo amore per la musica è rimasto lo stesso. Come quello per il sociale. Colore della camicia permettendo.
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sabato 20 gennaio 2001
Fenomeno senza età
L’ex campione italiano di pallavolo ci parla del suo impegno per i bambini
Andrea Lucchetta, solidarietà oltre la rete
“Io testimone, non testimonial. E bisogna diffidare da chi usa il tuo nome”
Fa parte della generazione dei fenomeni. Quella dei Zorzi, dei Gardini, dei Cantagalli, dei Tofoli, dei Pasinato, degli eccetera eccetera. E non se la prenda chi non è stato menzionato, perché una pagina soltanto non basterebbe per raccontare le gesta di tutti i campionissimi classe ’60 della pallavolo italiana. Ecco, Andrea Lucchetta, Treviso 1962, è stato uno di questi fenomeni. E a lui dedichiamo le colonne seguenti. Non gli chiediamo come faccia ogni mattina a sistemare la sua chioma in diagonale con cotanta precisione geometrica, perché con pettine e gel è ancora un fenomeno. Non gli chiediamo nemmeno come sia arredato il suo salotto, perché con tutti quei trofei vinti in carriera intuiamo che non ci sia più spazio nemmeno per i mobili. Gli chiediamo invece se gli piace il sociale. Domanda scontata: Andrea ha a che fare con la solidarietà praticamente da sempre e gli piace da matti. C’è poco da scherzare in questo campo. Dove la rete non è quella che divide in due il rettangolo di gioco, ma quella che divide e basta. In parole povere, vogliamo sapere la sua sul concetto di discriminazione “che prende il sopravvento – spiega Andrea - quando vedi che dalla parte opposta c’è la volontà di mantenere il distacco. Un sentimento negativo che ha dimensioni storiche: il Cristianesimo, per esempio, sta pagando anni e anni di crociate, stiamo tornado indietro, verso una discriminazione al contrario”. Ragazzi, quel gran burlone di Lucchetta non ha proprio voglia di scherzare se si parla di emarginazione. Un disagio sociale che riguarda anche i bambini. Per Crazy Lucky, le creature più belle del mondo. Il suo hobby mattutino? Accompagnare i due figlioletti a scuola. Loro sì che sono fortunati. Ma tanti altri figli, accompagnati o no, a scuola nemmeno ci vanno. Il primo pensiero va quindi ai piccoli. Non solo un pensiero, ma un aiuto concreto: “Da più di quindici anni mi occupo dei problemi dell’infanzia. Visito diversi orfanotrofi ed è bello dimostrare a questi bambini che esisti, che sei vero, che sei uno di loro. Li fai giocare, li fai sorridere: basta poco per aprire il tuo e il loro cuore. Inoltre sostengo adozioni a distanza. E ultimamente sto dando assistenza ad un medico che cura alcuni bambini provenienti dal continente asiatico”. 
Andrea, perché il sociale?
“Il mio modo di essere vicino al sociale sta in due tipi di aspetti: quello pubblico, ovvero la condivisione di messaggi, e quello personale, che però ci tengo a non dirlo a nessuno.”
A Teatri delle diversità puoi confessarlo…
“Mi dispiace, è una cosa molto personale. Ti posso solo dire che a mio avviso non basta metterci la faccia per fare solidarietà.”
Ci hai alzato la palla per una bella schiacciata: intendi dire che bisogna essere più testimoni che testimonial?
“Essere testimonial, far sì che altri utilizzino la mia immagine, non m’interessa. Testimone è qualcosa che devi capire e sposare fino in fondo, che deve essere in linea con la tua persona. Io mi sento testimone perché m’identifico in ogni progetto a cui scelgo di partecipare.”
Però ci sono molte associazioni che puntano solo a farsi pubblicità sfruttando i vostri nomi.
“Già, se ne sentono di tutti i colori. Bisogna stare davvero attenti e andare a vedere dove va a finire tutto il malloppo. Io condivido solo iniziative totalmente trasparenti dal punto di vista del bilancio, come Amnesty International. C’è da dire che avendo smesso di giocare ho molto più tempo per dedicarmi al sociale. Ma riesco a coinvolgere molti atleti in attività.”
Andrea Lucchetta, solidarietà oltre la rete
“Io testimone, non testimonial. E bisogna diffidare da chi usa il tuo nome”
Fa parte della generazione dei fenomeni. Quella dei Zorzi, dei Gardini, dei Cantagalli, dei Tofoli, dei Pasinato, degli eccetera eccetera. E non se la prenda chi non è stato menzionato, perché una pagina soltanto non basterebbe per raccontare le gesta di tutti i campionissimi classe ’60 della pallavolo italiana. Ecco, Andrea Lucchetta, Treviso 1962, è stato uno di questi fenomeni. E a lui dedichiamo le colonne seguenti. Non gli chiediamo come faccia ogni mattina a sistemare la sua chioma in diagonale con cotanta precisione geometrica, perché con pettine e gel è ancora un fenomeno. Non gli chiediamo nemmeno come sia arredato il suo salotto, perché con tutti quei trofei vinti in carriera intuiamo che non ci sia più spazio nemmeno per i mobili. Gli chiediamo invece se gli piace il sociale. Domanda scontata: Andrea ha a che fare con la solidarietà praticamente da sempre e gli piace da matti. C’è poco da scherzare in questo campo. Dove la rete non è quella che divide in due il rettangolo di gioco, ma quella che divide e basta. In parole povere, vogliamo sapere la sua sul concetto di discriminazione “che prende il sopravvento – spiega Andrea - quando vedi che dalla parte opposta c’è la volontà di mantenere il distacco. Un sentimento negativo che ha dimensioni storiche: il Cristianesimo, per esempio, sta pagando anni e anni di crociate, stiamo tornado indietro, verso una discriminazione al contrario”. Ragazzi, quel gran burlone di Lucchetta non ha proprio voglia di scherzare se si parla di emarginazione. Un disagio sociale che riguarda anche i bambini. Per Crazy Lucky, le creature più belle del mondo. Il suo hobby mattutino? Accompagnare i due figlioletti a scuola. Loro sì che sono fortunati. Ma tanti altri figli, accompagnati o no, a scuola nemmeno ci vanno. Il primo pensiero va quindi ai piccoli. Non solo un pensiero, ma un aiuto concreto: “Da più di quindici anni mi occupo dei problemi dell’infanzia. Visito diversi orfanotrofi ed è bello dimostrare a questi bambini che esisti, che sei vero, che sei uno di loro. Li fai giocare, li fai sorridere: basta poco per aprire il tuo e il loro cuore. Inoltre sostengo adozioni a distanza. E ultimamente sto dando assistenza ad un medico che cura alcuni bambini provenienti dal continente asiatico”. 
Andrea, perché il sociale?
“Il mio modo di essere vicino al sociale sta in due tipi di aspetti: quello pubblico, ovvero la condivisione di messaggi, e quello personale, che però ci tengo a non dirlo a nessuno.”
A Teatri delle diversità puoi confessarlo…
“Mi dispiace, è una cosa molto personale. Ti posso solo dire che a mio avviso non basta metterci la faccia per fare solidarietà.”
Ci hai alzato la palla per una bella schiacciata: intendi dire che bisogna essere più testimoni che testimonial?
“Essere testimonial, far sì che altri utilizzino la mia immagine, non m’interessa. Testimone è qualcosa che devi capire e sposare fino in fondo, che deve essere in linea con la tua persona. Io mi sento testimone perché m’identifico in ogni progetto a cui scelgo di partecipare.”
Però ci sono molte associazioni che puntano solo a farsi pubblicità sfruttando i vostri nomi.
“Già, se ne sentono di tutti i colori. Bisogna stare davvero attenti e andare a vedere dove va a finire tutto il malloppo. Io condivido solo iniziative totalmente trasparenti dal punto di vista del bilancio, come Amnesty International. C’è da dire che avendo smesso di giocare ho molto più tempo per dedicarmi al sociale. Ma riesco a coinvolgere molti atleti in attività.”
Tra fenomeni di solidarietà ci s’intende.
Insaziabile
Andrea Lucchetta, ex centrale del volley italiano, è nato a Treviso il 25 novembre 1962. La sua carriera inizia in seconda divisione nell’Astori Mogliano Veneto, per poi salire in A2 al Treviso. L'anno seguente approda nella massima serie con la Panini Modena dove gioca 9 stagioni fino al 1990, quando passa alla Mediolanum Milano. Qui vince tutto: un Mondiale per club, 3 Coppe CEV, 4 Scudetti, una Coppa delle coppe e 3 Coppe Italia. Nel 1994 va all'Alpitour Cuneo e fa poker: Coppa CEV, Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea e Coppa Italia A1. Dopo vari ripensamenti, chiude la sua carriera a Modena nel 1999. Con la Nazionale italiana (292 presenze) conquista un Mondiale nel 1990 e 3 World League consecutive (1990, 1991 e 1992). Viene soprannominato Crazy Lucky per la sua particolarissima capigliatura a spazzola e in diagonale.
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venerdì 19 gennaio 2001
Dalla terra di nessuno alla terra di tutti
Al centro Follini sarebbe stato protagonista. Ora nel Pd è uno dei tanti
Sarà che gli piace rischiare perché “questa è l’unica emozione che noi politici possiamo trasmettere” [1], di certo quando il 13 febbraio 2007 votò per il governo, il rischio di trovarsi sotto casa due pretoriani dell’opposizione ad attenderlo a braccia incrociate più i militanti de L’Italia di mezzo a tirargli i pomodori, Marco Follini ha sfiorato di correrlo seriamente. Ma senza troppa ironia, non gli sarà stato per nulla semplice motivare il suo cambio di metà campo considerate le promesse, nemmeno così remote, di una politica liberata da “questi due blocchi costruiti a destra e a sinistra entrambi tributari di posizioni sempre più eccentriche” [2]. Come la mettiamo?
Nobile sì è stato il suo tentativo di “togliere il filo spinato che separa le due Italie” [3]. Nobile sì il suo desiderio di moderare toni e colori “in un mosaico impazzito di tessere che individuano nell'avversario un demonio da mettere al bando della civiltà” [4]. La logica del muro contro muro, la politica dei veleni, non si addice ad uno come Follini, cresciuto alla scuola di Fanfani e di Moro. Però, bisogna ammetterlo, una volta svincolatosi da Berlusconi ci si aspettava che in quel minuscolo orticello ci rimanesse a vita, a maggior ragione perché lo aveva coltivato praticamente da solo, con sudore e fatica. E invece. Invece l’amor sui è andato a farsi benedire: Marco ha tradito non solo i suoi elettori, ma anche se stesso. Perché anziché custodire gelosamente la propria creatura, l’ha venduta al miglior offerente: in un periodo di vacche magre, Prodi si è ritrovato in tavola un agnello appetitoso.
Che voglia spostare il baricentro del Pd verso il centro gli crediamo. Che ci sia molto più centro a sinistra che a destra non ne siamo sicuri. Il dubbio sorge quando vedi Casini uscire dalla Cdl e la coppia Tabacci-Baccini inventarsi la seppur modesta Rosa bianca. Perciò viene da chiedersi: non era meglio attendere ancora qualche mese per poi fare la grande rimpatriata con tutti i compagni centristi nella terra di mezzo, o terra di nessuno? Sì, forse il timore di Follini era proprio di diventare all’improvviso signor-nessuno in quel solco della politica insabbiato dallo schema bipolare che nacque alla morte della Prima Repubblica e che da allora vive nel cuore degli italiani più forte che mai. Ma ora nel Pd Follini, se non è nessuno, è certamente uno dei tanti.
Davanti a lui ci stanno (tanto per fare qualche nome random) le “giovani leve” Letta e Franceschini. Gli ever-green D’Alema, Rutelli, Amato. E poi la Finocchiaro, la Bindi, la Binetti. Da poco (la teodem si tenga forte) pure la Bonino. Eccetera, eccetera. Gli ex Ds e gli ex Dl sono tanti. Milioni di milioni no, ma sono tanti. E la stella di Follini rischia di essere oscurata. Laggiù invece, in quel centro strano ma può darsi anche vero, Marco Follini avrebbe avuto un peso notevole, sarebbe stato (gioco di parole non voluto) al centro della scena. Senza dover fare i conti con i Radicali e con Di Pietro, che Veltroni ha ospitato nel gruppo unico (cosa non si fa per qualche voto in più). Marco, invece, avrebbe preferito che il Pd corresse da solo, senza pericolosi sussidi che potrebbero snaturare l’identità moderata del partito e rivelarsi strozzini ricattatori una volta saliti a Palazzo Chigi. Tant’è. Non si può negare l’evidenza: alle politiche del 13-14 aprile Follini sarà capolista in Campania per il centrosinistra. E se è centrosinistra non è centro. Punto. Nei sogni di Follini il centro di gravità permanente rimane solo una canzone.
[1] Marco Follini, “Abbasso i ragionieri, si vince con le emozioni”, Corriere della Sera, 6 ottobre 2007.
[2] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2008.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
Sarà che gli piace rischiare perché “questa è l’unica emozione che noi politici possiamo trasmettere” [1], di certo quando il 13 febbraio 2007 votò per il governo, il rischio di trovarsi sotto casa due pretoriani dell’opposizione ad attenderlo a braccia incrociate più i militanti de L’Italia di mezzo a tirargli i pomodori, Marco Follini ha sfiorato di correrlo seriamente. Ma senza troppa ironia, non gli sarà stato per nulla semplice motivare il suo cambio di metà campo considerate le promesse, nemmeno così remote, di una politica liberata da “questi due blocchi costruiti a destra e a sinistra entrambi tributari di posizioni sempre più eccentriche” [2]. Come la mettiamo?Nobile sì è stato il suo tentativo di “togliere il filo spinato che separa le due Italie” [3]. Nobile sì il suo desiderio di moderare toni e colori “in un mosaico impazzito di tessere che individuano nell'avversario un demonio da mettere al bando della civiltà” [4]. La logica del muro contro muro, la politica dei veleni, non si addice ad uno come Follini, cresciuto alla scuola di Fanfani e di Moro. Però, bisogna ammetterlo, una volta svincolatosi da Berlusconi ci si aspettava che in quel minuscolo orticello ci rimanesse a vita, a maggior ragione perché lo aveva coltivato praticamente da solo, con sudore e fatica. E invece. Invece l’amor sui è andato a farsi benedire: Marco ha tradito non solo i suoi elettori, ma anche se stesso. Perché anziché custodire gelosamente la propria creatura, l’ha venduta al miglior offerente: in un periodo di vacche magre, Prodi si è ritrovato in tavola un agnello appetitoso.
Che voglia spostare il baricentro del Pd verso il centro gli crediamo. Che ci sia molto più centro a sinistra che a destra non ne siamo sicuri. Il dubbio sorge quando vedi Casini uscire dalla Cdl e la coppia Tabacci-Baccini inventarsi la seppur modesta Rosa bianca. Perciò viene da chiedersi: non era meglio attendere ancora qualche mese per poi fare la grande rimpatriata con tutti i compagni centristi nella terra di mezzo, o terra di nessuno? Sì, forse il timore di Follini era proprio di diventare all’improvviso signor-nessuno in quel solco della politica insabbiato dallo schema bipolare che nacque alla morte della Prima Repubblica e che da allora vive nel cuore degli italiani più forte che mai. Ma ora nel Pd Follini, se non è nessuno, è certamente uno dei tanti.
Davanti a lui ci stanno (tanto per fare qualche nome random) le “giovani leve” Letta e Franceschini. Gli ever-green D’Alema, Rutelli, Amato. E poi la Finocchiaro, la Bindi, la Binetti. Da poco (la teodem si tenga forte) pure la Bonino. Eccetera, eccetera. Gli ex Ds e gli ex Dl sono tanti. Milioni di milioni no, ma sono tanti. E la stella di Follini rischia di essere oscurata. Laggiù invece, in quel centro strano ma può darsi anche vero, Marco Follini avrebbe avuto un peso notevole, sarebbe stato (gioco di parole non voluto) al centro della scena. Senza dover fare i conti con i Radicali e con Di Pietro, che Veltroni ha ospitato nel gruppo unico (cosa non si fa per qualche voto in più). Marco, invece, avrebbe preferito che il Pd corresse da solo, senza pericolosi sussidi che potrebbero snaturare l’identità moderata del partito e rivelarsi strozzini ricattatori una volta saliti a Palazzo Chigi. Tant’è. Non si può negare l’evidenza: alle politiche del 13-14 aprile Follini sarà capolista in Campania per il centrosinistra. E se è centrosinistra non è centro. Punto. Nei sogni di Follini il centro di gravità permanente rimane solo una canzone.
Ah, vi sarete chiesti che fine abbiano fatto quei poveretti de L’Italia di Mezzo che, dati alla luce diciotto mesi fa, sono stati abbandonati per strada dal loro papà diciotto mesi dopo. Ecco, siccome la vita va avanti, questi orfanelli hanno deciso, il 22 gennaio scorso, di unirsi al Movimento per l’Autonomia. Il coraggioso progetto si chiama L’Italia di centro-Movimento per l’autonomia e il loro leader Raffale Lombardo, ex Udc, si presenterà già alle prossime amministrative di Sicilia sfidando Angela Finocchiaro del Pd. Come dire, la diaspora al centro non è mica finita. Appuntamento alla prossima puntata.
[1] Marco Follini, “Abbasso i ragionieri, si vince con le emozioni”, Corriere della Sera, 6 ottobre 2007.
[2] Intervista di S. J. Scarpolini, www.lab.iulm.it, 5 febbraio 2008.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
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giovedì 18 gennaio 2001
Il buon centrista guarda al domani
Casini corre da solo? Il dialogo può ripartire. Dopo il voto, ovviamente
Il 16 febbraio accade l’imprevisto. O meglio, ciò che da due anni Follini desiderava accadesse e che invece accade tardi, troppo tardi, per tornare indietro e ritrovarsi nel nido materno dell’Udc. Casini, infatti, rifiuta di entrare nel Popolo della libertà e decide di correre da solo, col suo simbolo, alle prossime politiche del 13-14 aprile. Nel Veltrusconi s’interpone ad incudine Casini candidato premier, la vera alternativa di centro. Follini non batte ciglio. Vede la mossa del suo ex presidente come “una scelta che nasce dalla necessità più che dalla virtù” [1]. Una stoccata non da poco. “La rottura, che doveva avvenire due anni fa, è stata molto voluta da Berlusconi e all’apparenza un po’ meno dall’Udc” [2]. Ma non tutti seguono Casini. Giovanardi e Buttiglione, da berlusconiani convinti, mettono la freccia ed entrano nel Pdl. Tabacci e Baccini, da berlusconiani poco convinti, mettono la freccia ed escono dal box per fondare la Rosa Bianca. Insomma, non tutti gli udiccini hanno preso la strada verso Arcore. “Tutti noi che ci proclamiamo uomini di centro, vale per Tabacci, Casini ma vale anche per me - commenta Follini - abbiamo pagato lo scotto di polemiche, qualche volta piccine, sovrapposizioni tra di noi, che non ci hanno aiutato” [3].
La diaspora al centro sembra essersi consumata, eppure “trovo che politicamente ci sia molto più centro nel Pd che da tutte la altre parti. Detto questo, apprezzo gli assolo di Tabacci, di Pezzotta, anche la rottura, seppur avvenuta in ritardo, di Casini, con cui è ora possibile far ripartire il dialogo. Ma la mia scommessa è un’altra: un Pd centrale proprio in virtù della sua vocazione maggioritaria. Detto questo, fioriscono tanti fiori e non tutti nel nostro recinto” [4]. Infatti, fuori dal recinto del Pd, Udc e Rosa bianca si accorpano nella lista dell’Unione di centro: questa nuova coalizione centrista potrà essere un’alleata del Pd? “Confido possa diventare un interlocutore. Ma gli uomini di centro, ovunque si trovino, qualunque sia la casacca, devono declinare la loro posizione al futuro” [5].
Un progetto a lungo termine, quindi. Ma questo Follini non lo ha mai nascosto. Certo che a coloro che lo hanno eletto tra le file del centrodestra fa un po’ specie vederlo ora tra le colonne portanti del palazzo di Piazza Sant’Anastasia. Marco però vuole rassicurare chi continua ad avere fiducia nella sua “mission possibile”, puntando sul dialogo con tutti quei moderati che come lui vogliono tornare ai fasti democristiani. Dopo il voto, ovviamente. “Direi che il dialogo è nelle cose. Ed è perfino ovvio. Naturalmente dobbiamo evitare che sia un dialogo troppo schematico. Il dialogo non è figlio di un gioco di posizioni che lo rende fin troppo facile. Se ne siamo capaci, il dialogo è la conseguenza che dobbiamo fare sul paese” [6].
In questo dialogo l’Udc fa una proposta centrista. E il Pd come rilancia? “Quando Veltroni oggi esemplifica e schiera il presidente dei giovani imprenditori come capolista e candida Antonio Boccuzzi, l’operaio scampato dal rogo della Thyssen, ebbene, lì ritrovo un aggiornamento dell’interclassismo democristiano. Questo per dire che anche nel Pd c’è molto centro” [7]. Nel centrosinistra Follini sta percorrendo a bassa velocità la pista per far decollare il sogno democentrico. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Ma il suo intento magnetico sarà davvero in grado di calamitare i nuovi soci sulla linea mediana?
Il 16 febbraio accade l’imprevisto. O meglio, ciò che da due anni Follini desiderava accadesse e che invece accade tardi, troppo tardi, per tornare indietro e ritrovarsi nel nido materno dell’Udc. Casini, infatti, rifiuta di entrare nel Popolo della libertà e decide di correre da solo, col suo simbolo, alle prossime politiche del 13-14 aprile. Nel Veltrusconi s’interpone ad incudine Casini candidato premier, la vera alternativa di centro. Follini non batte ciglio. Vede la mossa del suo ex presidente come “una scelta che nasce dalla necessità più che dalla virtù” [1]. Una stoccata non da poco. “La rottura, che doveva avvenire due anni fa, è stata molto voluta da Berlusconi e all’apparenza un po’ meno dall’Udc” [2]. Ma non tutti seguono Casini. Giovanardi e Buttiglione, da berlusconiani convinti, mettono la freccia ed entrano nel Pdl. Tabacci e Baccini, da berlusconiani poco convinti, mettono la freccia ed escono dal box per fondare la Rosa Bianca. Insomma, non tutti gli udiccini hanno preso la strada verso Arcore. “Tutti noi che ci proclamiamo uomini di centro, vale per Tabacci, Casini ma vale anche per me - commenta Follini - abbiamo pagato lo scotto di polemiche, qualche volta piccine, sovrapposizioni tra di noi, che non ci hanno aiutato” [3].La diaspora al centro sembra essersi consumata, eppure “trovo che politicamente ci sia molto più centro nel Pd che da tutte la altre parti. Detto questo, apprezzo gli assolo di Tabacci, di Pezzotta, anche la rottura, seppur avvenuta in ritardo, di Casini, con cui è ora possibile far ripartire il dialogo. Ma la mia scommessa è un’altra: un Pd centrale proprio in virtù della sua vocazione maggioritaria. Detto questo, fioriscono tanti fiori e non tutti nel nostro recinto” [4]. Infatti, fuori dal recinto del Pd, Udc e Rosa bianca si accorpano nella lista dell’Unione di centro: questa nuova coalizione centrista potrà essere un’alleata del Pd? “Confido possa diventare un interlocutore. Ma gli uomini di centro, ovunque si trovino, qualunque sia la casacca, devono declinare la loro posizione al futuro” [5].
Un progetto a lungo termine, quindi. Ma questo Follini non lo ha mai nascosto. Certo che a coloro che lo hanno eletto tra le file del centrodestra fa un po’ specie vederlo ora tra le colonne portanti del palazzo di Piazza Sant’Anastasia. Marco però vuole rassicurare chi continua ad avere fiducia nella sua “mission possibile”, puntando sul dialogo con tutti quei moderati che come lui vogliono tornare ai fasti democristiani. Dopo il voto, ovviamente. “Direi che il dialogo è nelle cose. Ed è perfino ovvio. Naturalmente dobbiamo evitare che sia un dialogo troppo schematico. Il dialogo non è figlio di un gioco di posizioni che lo rende fin troppo facile. Se ne siamo capaci, il dialogo è la conseguenza che dobbiamo fare sul paese” [6].
In questo dialogo l’Udc fa una proposta centrista. E il Pd come rilancia? “Quando Veltroni oggi esemplifica e schiera il presidente dei giovani imprenditori come capolista e candida Antonio Boccuzzi, l’operaio scampato dal rogo della Thyssen, ebbene, lì ritrovo un aggiornamento dell’interclassismo democristiano. Questo per dire che anche nel Pd c’è molto centro” [7]. Nel centrosinistra Follini sta percorrendo a bassa velocità la pista per far decollare il sogno democentrico. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Ma il suo intento magnetico sarà davvero in grado di calamitare i nuovi soci sulla linea mediana?
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