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martedì 12 agosto 2008

Al botteghino vinco io

Come sono lontani i tempi in cui le tessere piovevano dal cielo come coriandoli a Carnevale. I tempi di Maradona per intenderci, quando lo stadio San Paolo ogni domenica straripava di 70mila abbonati. Nella piramide degli introiti delle società la sottoscrizione dell'abbonamento da parte del tifoso equipaggiato di sciarpa e bandiera occupa ormai gli ultimi gradini. Ma se poi in Italia sbarca uno alla Maradona, la voglia di tornare allo stadio si riaccende: il 16 luglio scorso, giorno dell'arrivo di Ronaldihno al Milan, la sede di via Turati faceva il pieno di 5.230 tessere in sole 24 ore.
E oggi conta oltre 36mila tessere, 2mila in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa, quando i rossoneri erano freschi campioni d'Europa. Il brasiliano coi dentoni attrae non solo più della coppa dalle orecchie a sventola ma anche dello sguardo ombroso di Mourinho: in questo derby delle tessere, l'Inter è sotto, con 30.280 abbonamenti (persino in calo di 225 unità rispetto all'anno scorso).
Da Milano a Torino, dove tra Juventus e Toro non c'è storia nonostante in città il tifo prevalente sia quello granata: se i bianconeri sono a quota 17.770 (700 tessere in più dell'estate passata) e si avviano verso fine campagna, il Toro ha chiuso la fase di prelazione solo venerdì scorso e oggi conta 12.400 abbonati, con un decremento di 500: segno che le due ultime stagioni anonime hanno un po' deluso i tifosi.
A Genova non te lo aspetti: nonostante non ci sia più Borriello ad infiammare la Nord, Genoa batte Sampdoria 18.500 a 18.200. Ci si aspettava di più dal club blucerchiato, forti dell'effetto Cassano che ha rinnovato il contratto con Garrone; mancano però solo 59 tessere per eguagliare il numero di sottoscrizioni dell'anno scorso.
Nella Capitale, la Roma è stabile sulle 28.000 sottoscrizioni come 12 mesi fa, mentre la Lazio a sorpresa, coi tifosi concentrati solo sul campionato (gli uomini di Delio Rossi sono infatti fuori da qualunque competizione europea), impenna a 21.000 abbonamenti: lo scorso anno, con la squadra in Champions, erano 14.000. Fare un pronostico al botteghino è difficile quanto prevedere ciò che accade sul campo. Le campagne abbonamenti chiudono il 31 agosto o in alcuni casi nelle prime settimane di settembre. Quel che è certo è che le tessere comunque non piovono più a dirotto come ai tempi di Maradona.

(srv Studiosport - edizione notte e All Sport News del 12 agosto 08)

lunedì 11 agosto 2008

Quando l'estate si fa caliente

Fino alla sfida con il Liverpool disputata all'Anfield Road, quella dei biancocelesti è stata un'estate tranquilla, caratterizzata da una sfilza di test, come contro il Padova o gli arabi dell'Ah Hilal, anche troppo alla portata e quindi non molto indicativi. L'estate caliente per Delio Rossi inizia proprio in Inghilterra contro i Reds, nella prima amichevole di un certo spessore, persa solo al 93'. In Inghilterra la Lazio ha dimostrato di avere personalità (Carrizo e Pandev su tutti) e avrebbe meritato il pareggio (vedi il gol misteriosamente annullato alla giovane promessa Mendicino). Unico neo, la prestazione insufficiente di Matuzalem, ancora estraneo alla manovra laziale. Due giorni dopo in Portogallo, invece, la sconfitta per 2-1 con il Porto ha fatto riemergere le lacune già viste nel campionato scorso, come una difesa colta impreparata dagli avversari in contropiede e un attacco timido quando si tratta di arrivare al dunque (gol di Ledesma su punzione a parte). I Dragoes sono più freschi, ma questo non giustifica una Lazio poco lucida nelle idee e involuta sul piano atletico. Un passo indietro che non fa sorridere Delio Rossi in vista dell'amichevole contro i greci del Paok Salonicco all'Olimpico, dove i biancocelesti debutteranno di fronte al proprio pubblico. Rossi cerca il riscatto affidandosi ai numeri di Goran Pandev.

(srv All Sport News dell'11 agosto 2008)

sabato 2 agosto 2008

Gentile vendetta

Avrebbe venduto l'anima al diavolo pur di sfidare il suo passato. Ma a pochi giorni della gara decisiva del 19 maggio con l'Inter (ultimo turno di campionato), Hector Cuper viene cacciato dal presidente del Parma Ghirardi, che poche settimane prima lo aveva arruolato per compiere il miracolo salvezza (miracolo che, puntualmente, non avviene). Ma se il patron gialloblù non gli ha permesso di prendersi la rivincita contro quei colori nerazzurri che ha guidato per 2 anni e mezzo, a regalargli questa opportunità sarà, curiosamente, una Nazionale: Hector Cuper è il nuovo ct della Georgia e il 10 settembre prossimo, per la prima delle qualificazioni mondiali, incontrerà l'Italia, la nuova Italia di Marcello Lippi, quel Lippi che il 5 maggio 2002 era allenatore della Juve e che a Udine (mentre l'Inter si suicidava a Roma contro la Lazio), passava 2-0 e vinceva lo scudetto. Inoltre, Italia-Georgia si giocherà proprio Udine: ironia della sorte. E siamo certi che Cuper andrà a stringere la mano a Lippi, come minimo, talmente è educato. Lo sa bene il patron del Betis Siviglia Pepe Leon, che lo ha definito "Il Gentiluomo" per le sue buone maniere. Ma puoi essere cortese finché vuoi che, nel calcio tanto garbo serve ben poco a vincere: Cuper (alla guida del Betis la scorsa stagione) racimola solamente 11 punti in 14 partite della Liga e il patron biancoverde (che dall'allenatore argentino si sarebbe aspettato meno educazione e più vittorie) il 12 dicembre gli dà il benservito. Cuper torna poi in Italia a maggio, per la breve e sfortunata esperienza col Parma. L'ex allenatore di Maiorca, Valencia, Inter e appunto Parma è diventato più famoso di Napoleone per via di quell'apocalittico 5 maggio: il gentiluomo non aspetta altro che il 10 settembre per stringere la mano a Lippi. Ma stavolta da vincitore.

(srv Studiosport - edizione notte e All Sport News del 2 agosto 08)

venerdì 1 agosto 2008

Patente di campione

Immaginate Balotelli e Paloschi a colloquio con Pablo Picasso e scoprirete che i due giovanotti di Inter e Milan, classe 1990, hanno una filosofia di vita esattamente opposta a quella dell'artista spagnolo: se il maestro della pittura del XX secolo sosteneva che "per diventare giovani ci si mette molto tempo", gente come Balotelli e Paloschi, gente del XXI secolo, per diventare giovani (e in gamba) di tempo ce ne hanno messo anche fin troppo poco. Prendete l'attaccante interista che, a sole 72 ore dal suo esordio in serie A, il 19 dicembre scorso contro la Reggina centra la sua prima doppietta. Oppure prendete l'attaccante milanista, che gettato nella mischia da Ancelotti contro il Siena, a nemmeno 20 secondi dal suo ingresso tramuta il primo pallone palpato in A in un fulmine che secca Manninger e regala una vittoria insperata ai rossoneri. E Scusate se oltre Balotelli e Paloschi, 18 anni compiuti da pochi mesi, in Italia ci sono altri neo-maggiorenni che, dopo la patente, ora hanno fretta di lasciare la Primavera e prendere la licenza del campione. Vedi Davide Santon, difensore della primavera dell'Inter (lui la classe 90 l'ha sfiorata per un paio di giorni - è nato il 2 gennaio 1991) che nella prima uscita stagionale contro gli arabi dell'Al-Hilal sgroppava sulla destra come un pony e che (Maicon avvisato, mezzo salvato) Mourinho vede tra due anni come uno dei terzino più forti d'Italia. Vedi i centrocampisti juventini Fausto Rossi (scoperto da Ciro Ferrara) e Albin Ekdal (svedese, 19 anni compiuti 4 giorni fa) che al Trofeo Tim giostravano in mezzo come due veterani. Vedi l'attaccante della Lazio Ettore Mendicino (nel quale Delio Rossi ripone molta fiducia) e il fantasista del Siena Forestieri, italiano di origine argentina, un oriundo che presto potrebbe seguire le orme di Camoranesi in Nazionale. Tenete d'occhio questi palloncini d'oro: sono giovani, bravi e non perdono tempo.

(srv Studiosport - edizione 13 e All Sport News del 1 agosto 08)

lunedì 16 giugno 2008

A volte ritornano

Il panettone era lì al centro del tavolo, già tagliato a fette, ma lui non fece in tempo a prendere la fetta che gli spettava. Ricomincia da lì, Sdenek Zeman, da quell'amara vigilia del Natale 2006, quando il patron del Lecce Giovanni Semeraro gli diede il benservito, dopo che la sua squadra aveva incassato 10 ko in 18 partite e concluso l'anno solare nella colonna di destra della classifica di B. Ritorna Sdenek Zeman (ex anche di Foggia, Lazio, Roma, Napoli, Salernitana), 61 anni e gli ultimi due trascorsi lontano dai campi e da discorsi di farmacia. Ora, rieccolo accomodarsi sul trono che gli spetta. La panchina (la sedicesima della sua carriera) è quella della Stella Rossa di Belgrado, che nell'ultima deludente stagione ha fatto salire in giostra ben tre allenatori. Tempi duri. E la nostalgia per Walter Zenga, che nel 2005-2006 centrò la doppietta campionato-coppa nazionale, saliva come la lava dal cratere di un vulcano. Così, scartate le ipotesi Novellino e Beretta, il presidente Spasojevic ha scelto un allenatore tutto "attacco vai e difesa mai" come Zeman. Per lui contratto biennale e una promessa: riportare la Stella Rossa nel firmamento del calcio europeo. Zeman ha già allenato all'estero, in Turchia al Fenerbahçe in una stagione, quella '99-2000, poco esaltante. Male la prima, Belgrado spera che sia buona la seconda. E che tutto fili liscio anche dopo Natale.

(srv Studiosport - edizione notte del 17 giugno 08)

lunedì 14 aprile 2008

Muslera, porte aperte a tutti

Finché c’è Muslera c’è speranza. Anche per un Siena che fino a due minuti dal triplice fischio ce l’aveva messa tutta per fare la sua peggiore partita della stagione. Se fossimo stati in un fumetto, dalle teste degli uomini di Beretta sarebbero spuntate le tre zeta: eccetto il tentativo di Frick dalla distanza nel primo tempo, per il resto è notte fonda. E’ pieno giorno invece per la Lazio, che amministra senza patemi. Addirittura splende il sole su Mutarelli, che prima della merenda porta in vantaggio i suoi con il tiro della vita. Insomma, pomeriggio di vento in poppa per Delio Rossi. E ben vengano gli sbadigli in una gara che sembra più noiosa dei consigli per gli acquisti. Sembra. Perché gli acquisti non sempre vanno in porto e succede che in porta Lotito ci deve mandare in fretta e furia Muslera. Succedeva l’estate scorsa perché Carrizo, prima scelta tra i pali, ha un po’ di sangue svizzero che gli scorre nelle vene. Ergo sarebbe stato un extracomunitario di troppo, ergo adiòs Carrizo.

Così dal Nacional Montevideo arriva il portierino col biberon (21 anni poco più) e con la raccomandazione di Fonseca (sedotto dalle sue imprese in Coppa Libertadores). Se poi per questo giovane si erano messi in fila Inter, Juve, Arsenal e Benefica, allora ti viene da pensare che hai davvero preso il futuro numero uno dei numero uno. Come no. All'andata il Milan gli citofonò cinque volte. E ieri? E ieri Muslera svegliava di soprassalto l'Olimpico assopito suggerendo a Loria di tentare dal limite, perchè se il miracolo non gli fosse riuscito ci avrebbe pensato lui a farlo riuscire. Detto fatto. Il pallone calciato dal difensore senese al 43' non farebbe del male a una mosca se solo Muslera, tuffandosi di pancia come fanno i bambini che non sanno tuffarsi di testa, non se lo facesse transitare sotto le braccia. Morale: 1-1 e regalone a Beretta che ormai non ci sperava più. Uomo di poca fede: finchè c’è Muslera…

(articolo pubblicato su www.lab.iulm.it)

sabato 1 marzo 2008

26^ di campionato: Milan-Lazio 1-1 Bianchi, Oddo (r)

Tra Bianchi e Oddo finisce pari
Fa tutto Oddo: prima Bianchi gli sguscia dalla marcatura come un’anguilla e lo mette in acrobatica condizione di infilare Kalac, poi non sbaglia dagli undici metri dopo che Behrami si avvinghia a Kaladze per un rigore sacrosanto. Quindi esulta a pugno e denti stretti, alla faccia di chi vuole che gli ex trattengano la propria gioia per rispetto di un piatto dove hanno appena mangiato. Un pareggino, il secondo consecutivo, che tiene il Milan sempre lì, nell’anticamera dell’anticamera Champions. Aspettando martedì, Oddo è in forma smagliante già da parecchie settimane. Anche se c’è più gente in infermeria che in campo, contro l’Arsenal non serve che faccia tutto lui. Basta che faccia quei benedetti cross dal fondo (dal fondo, non dalla trequarti, capito Massimo?) che al Milan non si vedono dai tempi del miglior Cafu.

domenica 7 ottobre 2007

7^ di campionato: Lazio-Milan 1-5 Ambrosini, Mauri, Kakà (r), Kakà, Gilardino, Gilardino

In un Milan a forza 5 riemerge Gilardino
Toh, chi si rivede. Non segnava dalla magica notte di semifinale di Champions in cui la stella del Manchester veniva spenta definitivamente da quella sua fuga solitaria fra le braccia di Van der Sar: destro in corsa, 3-0 ed esultanza con gli indici rivolti verso il cielo, come fa Kakà. Copyright violato (c'è una vera e propria cultura sulla maniera di festeggiare un gol e i giocatori sono gelosissimi della propria), ma chi se ne frega: ben venga che Gila fotocopi il brasiliano, se non nei gol, almeno nel modo di gioire. Tradotto: l'importante è che la metta dentro. Traduzione sospesa per sei mesi. Poi, dall'onda rossonera a forza 5 che ha travolto l'Olimpico biancoceleste, ecco Gila riemergere ed imitare Kakà: doppietta per entrambi, giorno della liberazione per Alberto. Che però non ha esultato alla Kakà. Ma chi se ne frega.

...e un grazie rossonero va a lui...
Gimme five, Muslera!
La coppia Stendardo-Cribari non è certo l’invalicabile limes dell’impero romano: per mettere il naso oltre il confine prima e il sedere sul trono poi, i barbari ci misero due secoli. Per resuscitare Gilardino ed incoronarlo re per una notte (non per una notte soltanto, si augurano i tifosi milanisti), Fernando Muslera ci ha messo una mezz’ora e tutto il suo imbarazzante repertorio: tre interventi suicida e l’Olimpico biancoceleste si sgretola dal di dentro. Al 13’ rovina sulle ginocchia di Gilardino ma viene graziato dal duetto arbitro-guardalinee. E’ il presagio del suicidio. Tre minuti dopo dall’out di sinistra Ambrosini si domanda: crosso o tiro? Muslera gli toglie ogni dubbio: prego, tira pure. Perché lui intanto esce dall’area piccola e se ne va a caccia di vampiri in questa sua notte horror: la cometa tracciata dal centrocampista rossonero lo scavalca e dagli spalti grandinano fischi. Al 32’ Gilardino si rifà vivo dalle sue parti, Muslera lo butta giù: stavolta niente sconti, è rigore, Kakà trasforma. Non solo gite fuori porta per l’estremo difensore di Montevideo, ma anche tunnel che nemmeno i più appassionati sostenitori della Tav sognano: Kakà ci passa dentro come un espresso e siamo 3-1. Poi Gila, il re barbaro, cammina sopra le macerie dell’area laziale e la doppietta della resurrezione è servita.
Il Milan bussa, Muslera spalanca. Povero Fernando Muslera, il portiere con il biberon (ha da poco compiuto 21 anni). E’ giunto ad agosto a Roma in fretta e furia dal Nacional Montevideo per sostituire Carrizo (mancato per colpa del sangue svizzero che scorre nelle sue vene) e per non far rimpiangere il dinosauro Peruzzi (in profumo Milan). Lotito lo ha strappato alla concorrenza di Inter, Juventus, Arsenal e Benfica sborsando 3 milioni di euro. Per lui aveva garantito Daniel Fonseca, affascinato dalle sue imprese in Coppa Libertadores. Forse quelle imprese le ha lasciate in Sudamerica. Ieri sera il giovanissimo numero uno laziale non avrà vissuto un’esperienza inedita (“mi è già successo di prendere molti gol in una sola partita, devo solo adattarmi alla A il più presto possibile), ma di certo nei panni di un naufrago travolto da un’onda forza 5 non ci era mai stato. Gimme five, Muslera.